Dopo quattro giorni di polemiche via Twitter con alcuni economisti “gufi”, l’Istat ammette: nel 2015 il pil corretto per gli effetti di calendario, cioè tenendo conto che i giorni lavorativi sono stati tre in più rispetto al 2014, è aumentato dello 0,6%. Il dato destagionalizzato, peraltro identico a quello preliminare diffuso il 12 febbraio, è nero su bianco nel comunicato sui conti economici trimestrali diffuso venerdì, che conferma il “progressivo indebolimento” della crescita congiunturale: nel primo trimestre dello scorso anno il prodotto è cresciuto dello 0,4%, nel secondo dello 0,3%, nel terzo dello 0,2%, nel quarto solo dello 0,1%. Lo 0,8% comunicato martedì, che è il numero rivendicato fin dallo scorso dicembre dal premier Matteo Renzi (il governo nell’aggiornamento del Def aveva invece previsto un +0,9%), è invece un dato grezzo, non depurato per i giorni lavorati. Si tratta, comunque, di quello utilizzato come denominatore per calcolare i rapporti deficit/pil e debito/pil in sede europea.istat

“Per arrivare a quel +0,8%”, dice a ilfattoquotidiano.it il gestore e consulente finanziario Mario Seminerio, “è stato fatto un gioco delle tre carte, facendo leva sul fatto che lo scorso anno ha avuto tre giornate lavorative in più rispetto al 2014. In più bisogna tener conto che per poter comunicare un “+0,8%” basta arrivare a 0,756, visto che l’arrotondamento viene fatto alla terza cifra decimale”. In effetti l’Istat ha fatto sapere che lo scostamento tra il dato grezzo e quello destagionalizzato è pari a 0,12 punti percentuali: “+0,759% contro 0,642%”.

Ma, a parte gli zero virgola, quel che davvero conta è la composizione del nostro prodotto, sottolinea il titolare del blog Phastidio.net: “Per lo 0,5% si tratta di un aumento delle scorte. Ed è verosimile che sia legato soprattutto alla ripresa delle attività di Fiat in Italia. Ci sono analisti che stimano che la sola casa automobilistica abbia generato fino allo 0,3% della crescita. Ora però c’è un evidente rallentamento dell’economia globale, che si tradurrà in un calo dell’export. Con inevitabili conseguenze sulla Penisola”. Dove nel frattempo “gli investimenti restano stagnanti”.

pil 2015D’accordo l’economista Francesco Daveri, che fa notare: “Via Twitter mi hanno bacchettato, ma i numeri erano strani e andavano spiegati. Ora leggiamo che il risultato è quello che continuavo a ottenere io analizzando le cifre trimestrali diffuse dalla stessa Istat: +0,6%. Comunque il vero dato è che la crescita si sta fermando: vendite e produzione industriale ristagnano. I consumi non ripartono perché le tasse sono scese troppo poco e le famiglie non percepiscono un aumento consistente del reddito disponibile. In questo quadro, raggiungere nel 2016 il +1,6% previsto dall’esecutivo mi sembra davvero difficile. Il governo dovrà adeguare le sue previsioni sulle entrate fiscali al nuovo scenario o fare qualcosa in più per rilanciare la crescita. Servono investimenti veri, non incrementi delle scorte”. Quanto all’impatto degli stabilimenti Fiat Chrysler, “è stato forte sul fronte dell’accumulazione di scorte nel primo trimestre 2015, ma poi c’è stato un rallentamento”.

Negli ultimi giorni il docente di Politica economica aveva fatto notare come sul ritocco al rialzo comunicato martedì possa aver influito anche la contestuale “revisione straordinaria delle serie storiche”, in seguito alla quale il prodotto interno lordo del 2014 è stato ridotto di 2 miliardi rispetto a quello reso noto a settembre 2015. Partendo da un livello più basso, il progresso risulta maggiore, era il ragionamento. Istat ha smentito con diversi comunicati pubblicati su Twitter. In quello postato sul social network giovedì si legge che “la dinamica meno negativa del Pil misurata per il 2014 potrebbe avere qualche effetto di trascinamento sul 2015, ma data la sua dimensione minima, l’Istat può già affermare che l’impatto sarà infinitesimale”. Dalle serie storiche pubblicate venerdì emerge poi una ulteriore revisione, stavolta al ribasso: il Pil 2014 a prezzi di mercato in valori concatenati, corretto per gli effetti del calendario, risulta pari a 1.536,5 miliardi contro i 1.535,5 delle serie diffuse martedì.

Sempre venerdì l’Istat ha ribadito che “i dati trimestrali pubblicati oggi sono perfettamente coerenti con quelli annuali di martedì scorso poiché incorporano la stessa variazione annua sul dato grezzo seppure aggiungendo ulteriori informazioni”. Inoltre l’istituto ricorda: “Che la differenza di numero di giorni lavorativi tra 2014 e 2015 avesse approssimativamente un impatto di poco più di 0,1 punti percentuali era stato già precisato con una nota il 5 dicembre 2015”.