“Post urticante per gufi e talk”. E’ la premessa con cui il premier Matteo Renzi apre un post su Facebook in cui invoca “chiarezza sui veri numeri dell’economia italiana” nel giorno in cui l’Istat ha diffuso i numeri definitivi su pil e conti pubblici del 2015, oltre che sugli occupati e sull’andamento del mercato del lavoro, mentre l’Agenzia delle Entrate ha ufficializzato i risultati della lotta all’evasione, che lo scorso anno ha portato nelle casse dello Stato 14,9 miliardi. “Dopo mesi di editoriali, chiacchiere, ricostruzioni, possiamo finalmente fare chiarezza“, scrive il presidente del Consiglio. Ma la disamina che segue, ancora una volta, è una selezione dei dati più favorevoli scelti tra quelli diffusi da diverse fonti. E lascia fuori molte informazioni altrettanto rilevanti.

Il Pil torna a salire, ma siamo quartultimi nella Ue – “A inizio del 2015 avevamo immaginato la crescita del +0,7%”, si legge nel post. “La crescita è stata invece del +0,8%. Meglio delle previsioni. Il Governo Monti aveva chiuso con -2,3%; il Governo Letta con -1,9%”. Tutto vero, ma Renzi omette alcune informazioni. Per prima cosa, la crescita del +0,7% era prevista dal Def di aprile 2015, ma la nota di aggiornamento del Documento, approvata a settembre dello scorso anno, l’ha alzata allo 0,9%. Solo a dicembre Renzi ha informalmente rivisto al ribasso la previsione a +0,8%, nonostante le resistenze del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che lo sollecitava a “tenere il punto”. Per interpretare il valore del dato, poi, sono indispensabili un confronto con gli altri Paesi e uno sguardo al livello assoluto del prodotto. Sul primo fronte, lo stesso Istat rileva che “i dati disponibili per i principali paesi sviluppati indicano un aumento del pil in volume del 2,4% negli Stati Uniti, del 2,2% nel Regno Unito, dell’1,7% in Germania, dell’1,2% in Francia”. Nel resto dell’Unione europea, solo Grecia, Austria e Finlandia sono cresciute meno dell’Italia. Quanto all’andamento del pil in volume, nonostante il lieve recupero il livello resta più basso di quello registrato nel 2000.pil in volume

Il deficit cala ma è più alto di 1,2 punti rispetto a quanto promesso a Bruxelles – “Il deficit è sceso per la prima volta da anni sotto il 3%: quest’anno abbiamo fatto il 2,6% (miglior risultato degli ultimi dieci anni). E nel 2016 scenderemo ancora”. Il riferimento è al rapporto indebitamento netto/pil, che è in effetti sceso al 2,6%. Ma l’obiettivo inizialmente concordato con Bruxelles era dell’1,4%La differenza, che vale oltre 19 miliardi, è la famosa “flessibilità, gran parte della quale è ancora sub iudice. Il governo lo scorso anno ha infatti ottenuto di poter aumentare il rapporto dello 0,4% invocando il fatto di aver messo in atto “riforme strutturali”, ma nella legge di Stabilità ha rivendicato un altro 0,1% per lo stesso motivo più uno 0,3% a fronte degli investimenti. E si è anche preso uno 0,2% aggiuntivo per le spese a fronte della “emergenza migranti“. Il dato definitivo è più alto di due decimi di punto, che valgono oltre 3 miliardi. Tutti da giustificare davanti alla Commissione Ue, il cui giudizio sulla manovra è atteso a maggio. Nel frattempo il debito è salito a 2.169 miliardi, pari al 132,6% del pil, lo 0,1% in più rispetto al 2014.

Lotta all’evasione: recuperati 14,9 miliardi su 51 – “Il 2015 è stato l’anno record nella lotta all’evasione con 14,9 miliardi di euro recuperati dallo Stato, alla faccia di tutti quelli che criticavano il nostro Governo su questo”. Il dato arriva dell’Agenzia delle Entrate ed è in effetti il più alto della storia. Ma va confrontato con la montagna di 841 miliardi di ruoli affidati a Equitalia dalla pubblica amministrazione (tolti i debiti non dovuti e le cartelle annullate), di cui circa 51, secondo l’amministratore delegato dell’ente della riscossione Ernesto Maria Ruffini, effettivamente recuperabili.

Le tasse: giù le imposte indirette, su quelle dirette. Irpef compresa - “Abbiamo impedito ogni aumento di tasse e bloccato anche l’aumento delle tasse locali. In due anni siamo intervenuti con 80 euro a più di dieci milioni di persone, Imu e Tasi prima casa, Irap costo del lavoro, superammortamento fiscale al 140%, incentivi fiscali del Jobs Act, tasse agricole, credito di imposta per il Sud”, scrive Renzi citando come fonte “la legge di Stabilità“. Ma l’Istat rileva che, mentre “le imposte indirette sono diminuite dello 0,5%” per effetto della “riduzione dell’Irap e dell’imposta sull’energia elettrica, in parte compensata dall’incremento del gettito Iva”, quelle dirette “sono risultate in aumento dell’1,9%, per effetto della marcata crescita dell’Irpef, dell’andamento positivo dell’Ires e delle imposte sostitutive”. Nel complesso, la pressione fiscale è scesa dal 43,6 al 43,3%, ben sopra la media europea che secondo la Commissione si attesta al 39%.

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“I mutui a più 97%”. Ma l’ammontare complessivo è salito solo dello 0,7% – Renzi rispolvera infine il dato dell’Abi sui mutui per sostenere che “sono a più 97%”, un risultato che il premier lega all’aumento dei posti di lavoro stabili. Ma, come si legge nello stesso bollettino mensile dell’associazione bancaria, il dato si riferisce all’incremento dello stock delle nuove erogazioni registrato nel 2015 rispetto al 2014. Se si guarda invece all’ammontare complessivo dei mutui in essere, spiega la lobby delle banche, la variazione positiva è stata solo dello 0,7%.