Una tragica mancia per creare in Grecia un lazzaretto a cielo aperto, stabilendovi in modo permanente migliaia di persone che lì non vogliono restare. A primo impatto il piano dell’Ue sull’emergenza umanitaria nell’Ellade è poco più che l’ennesima partita di giro, ma con un ventaglio di conseguenze di cui forse non ci si sta preoccupando abbastanza.

Si è scelto di scaricare solo su Atene questa immensa tragedia. I potenti del vecchio continente, incapaci di adottare una soluzione una, semplicemente scelgono una scorciatoia, e senza che dall’altro lato della barricata qualcuno dica una sola parola. Hanno deciso che Atene sarà l’unico mega hotspot d’Europa. Addio alle quote, alla distribuzione, al senso comunitario di un’unione. Ma si tratta di una decisione che provocherà forti squilibri sociali e nessuno può escludere che i disordini “alla Calais” vengano replicati.

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Un contesto in cui spiccano le incredibili parole di Donald Tusk, presidente Consiglio europeo, agli irregolari: non venite in Europa, dice, non date retta ai contrabbandieri, come se dipendesse da chi dalla guerra fugge a gambe levate. Non una parola sulla folle permeabilità dei confini marittimi dell’Europa, con la Turchia che non ostacola le partenze, con il ricatto dei tre miliardi mentre Ankara continua a bombardare i curdi e ad arrestare i giornalisti, con le isole del Dodecaneso letteralmente invase da migliaia di persone senza che la Marina ellenica batta ciglio.

In gioco non c’è più l’ideologia di chi vuole accogliere e di chi no, né le tesi veriegate sull’integrazione o sull’assimilazione: il nodo è strategico e logistico. L’Europa è un colabrodo e qualcuno a Berlino e Bruxelles ha pensato, con la consueta miopia degli ultimi due decenni, di chiudere la porta della Grecia e buttare la chiave in quei 38 chilometri di filo spinato al confine con la Fyrom. Una mossa azzardata e irresponsabile, che mette fine de facto a Schengen, che smaschera le promesse di tutti quegli euro burocrati che stanno dichiarando di non voler certamente lasciare la Grecia sola al proprio destino, mentre in soldoni lo hanno già fatto. Cosa accadrà ad Atene tra due settimane, quando complice la primavera gli arrivi sfonderanno quota 100mila? Cosa accadrà a Idomeni dove i diecimila profughi di ieri diventeranno 15mila tra poche ore con il rischio tubercolosi? Cosa accadrà nei 120 siti individuati dal governo Tsipras per accogliere tutti i profughi che Germania ed Austria non vogliono più? Ma non era stata la Cancelliera Merkel ad asserire che l’accoglienza doveva essere un metro di azione comunitaria? Ha cambiato idea, come in altre occasioni.

Ma la responsabilità questa volta, come tante altre, non è solo della politica che sbaglia. Dove sono le teste degli intellettuali europei? Dove si nasconde l’intellighenzia che ha scelto di non pungolare la classe dirigente continentale su questo come su altri temi? Il timore, fondato, è che scrittori, analisti, poeti e intellettuali abbiano, loro prima dei politici, imboccato la strada del medioevo 2.0, del silenzio della favella, perché tanto è più comodo accucciarsi al calduccio del cancelliere di turno. E così addio eurodibattito, addio dita alzate per eccepire o per criticare in modo costruttivo. E soprattutto addio Europa.

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