Quale può essere la realtà appresa leggendo le affermazioni di fonte governativa e le informazioni estrapolabili da Banche dati indipendenti? La curiosità ci ha spinti ad analizzare la reale situazione economica italiana, in un periodo di eventi favorevoli dell’economia mondiale, quali il basso prezzo del petrolio, le politiche di allentamento quantitativo delle Banche Centrali ed i conseguenti bassi tassi di interesse sul debito pubblico.

Nel mese di gennaio, secondo quanto rilevato da Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale, la richiesta di elettricità in Italia ha fatto registrare una flessione dell’1,0% a parità di calendario rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Considerando che quest’anno il mese di gennaio ha avuto un giorno lavorativo in meno (19 vs 20), la domanda complessiva di energia elettrica pari a 26,3 miliardi di kWh corrisponde a una flessione dell’1,7% rispetto a gennaio 2015. Queste sono le variazioni di consumo negli ultimi 3 anni.

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A parte il periodo estivo 2015 molto caldo, sembra che non vi sia ancora una forte inversione di tendenza in atto. Ovviamente possiamo ipotizzare che di anno in anno, la rete e i comportamenti degli italiani diventino più “parsimoniosi” e efficienti ma di certo non al punto di mettere insieme crescita economica con minori consumi di energia.

Il settore industriale che dovrebbe essere trainante per la nostra economia, ‘dovrebbe’…

industria

Se sale il consumo di petrolio a gennaio, come rileva il comunicato stampa dell’unione Petrolifera, meno bene sono andati i prodotti autotrazione, con la benzina che nel complesso ha mostrato un calo del 6,3% rispetto a gennaio 2015 (livello più basso da 10 anni).

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Come d’altronde il gasolio per autotrazione, che registra un – 2,6%.

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La domanda totale di carburanti (benzina + gasolio) nel mese di gennaio risulta pari a circa 2,3 milioni di tonnellate, di cui 0,6 milioni di tonnellate di benzina e 1,7 di gasolio autotrazione, con un calo del 3,5% (-82.000 tonnellate) rispetto allo stesso mese del 2015.
Se poi mettiamo insieme il dato sul consumo di energia con quello sul consumo di carburanti con il calo del consumo di carburante diesel, un evento raro in un trend di continua sostituzione di motori a benzina con quelli diesel, si può temere che l’Italia sia tornata in recessione.

A dicembre il fatturato dell’industria, al netto della stagionalità, registra una diminuzione dell’1,6% rispetto a novembre (-1,7% sul mercato interno e -1,4% su quello estero). Nella media del 2015 il fatturato segna un aumento dello 0,2%, sintesi di una flessione sul mercato interno (-0,2%) e di un incremento su quello estero (+1,2%).

Negli ultimi tre mesi, l’indice complessivo registra una flessione dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,3% per il fatturato interno e +0,6% per quello estero). Sulla flessione trimestrale pesa la dinamica negativa delle vendite di prodotti energetici, al netto dei quali il fatturato risulta, complessivamente, in crescita (+0,5%).

Corretto per gli effetti di calendario, il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 3,0%, con un calo del 2,7% sul mercato interno e del 3,2% su quello estero. A dicembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano flessioni congiunturali per l’energia (-4,6%), per i beni strumentali (-2,2%), per i beni intermedi (-1,2%) e per i beni di consumo (-0,7%).

L’incremento tendenziale più rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+10,5%), mentre la maggiore diminuzione riguarda la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-17,2%). Gli ordinativi totali segnano una diminuzione congiunturale del 2,8%, sintesi di una flessione del 4,8% degli ordinativi interni e di un aumento dello 0,2% di quelli esteri. Nel confronto con il mese di dicembre 2014, l’indice grezzo degli ordinativi aumenta dell’1,5%.

La tabella successiva mostra cosa è successo in termini comparati negli ultimi 25 anni alla Produzione Industriale Italiana:

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Dobbiamo tornare agli anni ’70 per osservare livelli come quelli di oggi.

Parlando ora di politica, la spesa pubblica, elevatissima e causa di una pressione fiscale abnorme, non accenna a calare. Lo scorso anno essa è aumentata di 52 miliardi di euro e le tasse sono cresciute di quasi 26 miliardi. Rispetto al 2014, nel 2015 le uscite correnti del bilancio pubblico sono passate da 483,8 miliardi a 536,4 miliardi, mentre le entrate tributarie suono salite da 407,5 miliardi a 433,4 miliardi. Questi i dati di una analisi del Centro studi di Unimpresa sull’andamento del bilancio pubblico nel 2015 e nel 2014.

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Con numeri come quelli esposti, l’esigenza essenziale dello Stato per rendere sostenibile il suo bilancio, sarebbe quella di un buon aumento del pil, aiutato da una riduzione delle spese in conto capitale, stante una situazione di bassi tassi perdurante per il tempo del Quantitative easing.
L’Ufficio studi della Cgia ricorda che dall’inizio della crisi (2007) ad oggi, nel nostro Paese il pil  è sceso di oltre 8 punti, i consumi delle famiglie di 6,5 punti e gli investimenti quasi 27,5 punti percentuali. La disoccupazione, invece, è pressoché raddoppiata. Se nel 2007 ammontava al 6,1%, il dato medio del 2015 dovrebbe attestarsi all’ 11,4%.

Per recuperare il terreno perso ci vorrà molto tempo. Se nel prossimo futuro il pil crescesse di almeno 2 punti ogni anno, il nostro Paese  tornerebbe alla situazione pre-crisi solo nel 2020. E così non sarà; l’Ocse rivede al ribasso le sue stime per il Pil italiano per il 2016, prevedendo una crescita all’1%, 0,4 punti percentuali in meno rispetto all’outlook di novembre. Confermata invece la stima di +1,4% per il 2017.

Sia nel 2016 sia negli anni successivi (2017 e 2018) le entrate totali delle pubbliche amministrazioni dopo la legge di Stabilità non caleranno e anzi continueranno ad aumentare. Saliranno di 10,6 miliardi nel 2016 rispetto al 2015 (da 788,7 a 799,3 miliardi), di 20,7 miliardi nel 2017 rispetto al 2016 e di 25 miliardi nel 2018 rispetto al 2017.

Riccardo Pizzorno per @SpazioEconomia