Non solo vendemmia anticipata, il caldo estremo influenza anche rese, tecniche di lavoro e qualità dell’uva: “Difficile con cambiamenti così drastici”
La vendemmia 2026 è partita in anticipo quasi ovunque, spinta da settimane di caldo intenso e siccità che hanno accelerato la maturazione delle uve e ristretto la finestra utile per raccoglierle. In Franciacorta la raccolta è iniziata già il 30 luglio, per la prima volta nella storia del territorio, mentre in Veneto, Abruzzo e nell’Alessandrino l’anticipo è stato di circa dieci giorni. In alcune zone della Toscana, la vendemmia per bianchi e basi di spumante è in anticipo di circa due settimane, con il rischio concreto che debbano essere raccolte a breve anche uve rosse, come il Sangiovese, normalmente meno precoci. Ma il cambiamento del calendario è solo la parte più visibile di un fenomeno più profondo. Le temperature elevate incidono sulle rese delle vigne, sul bilanciamento tra zuccheri e acidità dell’uva e sulle tecniche di lavoro, facendo crescere i costi e talvolta mettendo a rischio la produzione.
Le temperature più elevate spostano la maturazione dell’uva verso la parte più calda dell’estate. Si tratta di una tendenza in atto da tempo, a livello mondiale. Nelle principali aree vitivinicole, le vendemmie si sono già anticipate mediamente di 2-3 settimane negli ultimi quarant’anni. Secondo una revisione della letteratura scientifica pubblicata su Nature Reviews Earth & Environment, circa il 90% delle tradizionali regioni vitivinicole costiere e di pianura di Italia, Spagna, Grecia e California meridionale potrebbe essere a rischio entro la fine del secolo, per via della siccità e delle ondate di calore, sempre più frequenti. Per questo, in alcuni territori si pensa già a spostare le vigne quote più elevate e zone più fresche. Il timore è che in futuro gli adattamenti enologici e gli strumenti a disposizione non possano più essere in grado di compensare cambiamenti climatici così drastici. Oltre un certo livello di aumento delle temperature, le soluzioni disponibili potrebbero non bastare a mantenere economicamente sostenibile la produzione.
Anche se “chi si occupa di agricoltura non può essere fatalista“, come spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Beconcini, enologo e consulente viticolo toscano. “Ogni annata ha le sue specificità. Ma se guardiamo alla tendenza su un periodo di anni, il segnale è netto. Sia germogliamento che vendemmia si stanno anticipando. Il nostro impegno è mantenere le uve a un certo livello nonostante il cambiamento climatico”, spiega. Il caldo agisce direttamente sulla composizione dell’uva. “Aumentano gli zuccheri e diminuisce l’acidità”, sintetizza Beconcini. Significa che aspettare troppo può tradursi in un maggiore grado alcolico e in vini meno equilibrati. “Un’uva che dovrebbe maturare a settembre, con l’escursione termica, e invece matura in agosto con temperature costantemente alte, qualitativamente potrebbe non essere la stessa”, osserva l’enologo. Inoltre, con queste temperature l’uva quando viene raccolta e arriva in cantina è molto calda. Un problema che, spiega Beconcini, ha conseguenze economiche per le aziende, costrette ad affrontare spese maggiori per la gestione del freddo nelle cantine.
Non significa necessariamente che il 2026 sarà una cattiva annata. In diverse zone le prime uve vengono descritte come sane e di buona qualità, nonostante la vendemmia anticipata. “Al momento siamo ancora in gioco, può essere ancora una buona annata”, racconta a ilfattoquotidiano.it Niccolò Giuntini Masseti, direttore dell’azienda vinicola Fattoria Selvapiana a Rufina, Firenze. “Stiamo ancora sperando nell’arrivo delle piogge. Altrimenti ci sarà da correre e vendemmiare velocemente. Rispetto al passato, le finestre di vendemmia si sono ristrette molto”. “Questa estate – prosegue – abbiamo avuto condizioni particolarmente difficili. Per la prima volta abbiamo avuto più di venti giorni di fila con massime sopra i 35 gradi e notti con minime sui 22-23. La pianta non riposa e accelera la maturazione”.
E poi c’è il problema della resa, che non dipende soltanto dalla quantità di grappoli prodotti. La siccità, infatti, può ridurre il peso degli acini senza diminuire necessariamente il numero dei racemi. Il risultato potrebbe essere, in ogni caso, un calo della produzione difficile da quantificare, in quanto molto legato alle caratteristiche dei singoli territori. Tradizionalmente Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini (Uiv) presentano una stima della produzione prima che la vendemmia sia terminata. Nel 2026 hanno deciso di non farlo. Pubblicheranno i dati soltanto a campagna conclusa. La motivazione dichiarata è che, con condizioni climatiche sempre più variabili, le stime effettuate prima della fine della raccolta possono cambiare significativamente. Di fatto, il clima è diventato talmente instabile da rendere molto difficile fare previsioni su quanta uva arriverà in cantina.
La vendemmia “climatica” arriva un momento complicato per il settore. Nel 2025, secondo quanto comunicato dall’Italia alla Commissione europea, la produzione vinicola nazionale ha raggiunto 44,383 milioni di ettolitri, sostanzialmente in linea con l’anno precedente (+0,7%). Le giacenze, però, a febbraio 2026 risultavano in aumento del 7,5%. A questo si aggiunge il rallentamento dell’export: secondo l’Osservatorio del Vino di Uiv, su dati Istat, nel 2025 le esportazioni italiane si sono fermate a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7%. A pesare sono state soprattutto, oltreché il rallentamento economico globale, le tensioni commerciali che hanno inciso sui mercati extra-Ue: negli Stati Uniti, primo mercato per il vino italiano, il valore delle esportazioni è diminuito del 9,2%.