Donald J. Trump, dopo New Hampshire e South Carolina, vince anche i caucuses in Nevada e cementa la sua posizione come “candidato da battere” per la nomination repubblicana. Il vantaggio del magnate newyorkese nei confronti dei suoi sfidanti, Marco Rubio e Ted Cruz, supera i venti punti – e questo nonostante la campagna particolarmente aggressiva che Rubio e Cruz hanno messo in piedi nei giorni immediatamente precedenti il voto. Si entra ora nella settimana decisiva prima del Super Tuesday, con una quindicina di Stati in palio. In gran parte di questi, Trump appare in vantaggio nelle intenzioni di voto.

“Amiamo il Nevada. Oh, quanto amiamo il Nevada. E’ un gran posto”, ha urlato Trump ai suoi sostenitori, dopo che Associated Press lo ha proclamato vincitore. In effetti, i repubblicani del Nevada hanno dato a Trump una vittoria che non potrebbe essere più esplicita. Una serie di sondaggi effettuati tra chi usciva dai seggi elettorali mostrano che la maggioranza degli elettori repubblicani – il 57 per cento – dice di essere “arrabbiato” con il governo federale. E tre elettori su quattro spiegano di volere un “outsider” per mettere a posto le cose. Si tratta di un coacervo di sentimenti e frustrazioni che favorisce un candidato come Trump, che ha fatto dell’essere un outsider, fuori e contro l’establishment di Washington, uno dei temi forti della sua campagna.

Le prime analisi del voto del Nevada recano però una serie di altre brutte notizie per il campo degli sfidanti repubblicani di Trump. Il miliardario vince la maggioranza dei voti dei repubblicani che si dichiarano “moderati”; vince tra i “conservatori”. Vince tra i repubblicani evangelici e tra gli ispanici. Trump vince nelle aree urbane di Las Vegas e di Reno. Vince nei piccoli centri e nelle campagne. Vince tra i repubblicani con una laurea e tra quelli con un titolo di studio superiore. Se a questo si aggiunge che Trump è riuscito ad aggiudicarsi facilmente uno Stato del West come il Nevada – dopo aver vinto al Sud, in South Carolina, e nel Nord-Est, in New Hampshire – si comprende come il suo fascino sui repubblicani di ogni ceto, origine e provenienza sia largo – e come proprio lui sia ormai il candidato da battere.

“La frustrazione non è un progetto politico. Essere arrabbiati non è un progetto politico”, ha detto Marco Rubio in questi giorni. Il suo tentativo di arginare Trump non ha avuto successo. Rubio si aspettava un risultato ben più positivo. Qui, a Las Vegas, il giovane Rubio ha vissuto negli anni Settanta e Ottanta (il padre faceva il barista al Sam’s Town e la madre la cameriera all’Imperial Palace). Qui Rubio ha pagato molti più spot elettorali degli altri candidati. Nonostante questo, il risultato è deludente. I “big” del partito di Washington nei giorni scorsi sembravano aver ormai puntato apertamente su di lui. L’appoggio non è servito, non sono servite le dichiarazioni a suo favore di molti senatori e deputati repubblicani. E non sembra essere servita la massa di denaro che molti finanziatori hanno fatto affluire nelle sue casse. Proprio il ruolo dei finanziatori è a questo punto in discussione. Alcuni potrebbero essere portati a chiedersi se vale la pena sostenere un candidato che, su quattro primarie, non è riuscito a vincerne una.

A questo punto la campagna entra nella settimana decisiva del Super Tuesday. Quindici gli Stati in palio e in gran parte di questi – tranne l’Arkansas e il Texas, dove è in vantaggio CruzDonald Trump appare saldamente in testa. Il suo appeal supera divisioni geografiche e politiche. Il magnate guida nelle intenzioni di voto del “moderato” Massachussetts e della “conservatrice” Georgia. Probabile che, nei prossimi giorni, si assista a un inasprirsi dello scontro con Marco Rubio. Sinora Trump ha preferito dirigere gran parte dei suoi attacchi contro Jeb Bush, che si è ritirato dalla corsa, e contro Cruz, che gli faceva concorrenza nel voto dei religiosi e dei conservatori. Su Rubio, il magnate repubblicano è rimasto piuttosto abbottonato. Le cose cambiano, nel momento in cui lo scontro sembra sempre più limitato ai due. Trump, dal Nevada, ha già lanciato un avvertimento. “Non vedo l’ora che Rubio mi attacchi… Uh, non vedo l’ora… Ogni volta che l’ha fatto, gli si è sempre ritorto contro”.