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Se negli Stati Uniti rivinceranno i democratici dovranno fare un monumento a Papa Francesco. Bergoglio è entrato a gamba tesa sul candidato alle primarie repubblicane, Donald Trump, che lo accusa di “fare politica” e di essere una “pedina del governo messicano”. “Non è cristiano”, ha scandito il Papa ricordando ai giornalisti che lo seguivano la “scomunica” che rivolse, sempre in volo, contro l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino “imbucato” a Philadelphia: “Non l’ho invitato io, chiaro?”.

All’epoca seguì un duro botta e risposta con Marino che arrivò a dire che al posto di Bergoglio non avrebbe accettato la domanda su di lui. Ma poco dopo arrivò il commissariamento del Campidoglio. Trump ha commesso lo stesso prevedibilissimo errore. “Bergoglio è vergognoso”, ha subito ribattuto in modo irritato. E ha aggiunto: “Se e quando l’Isis dovesse attaccare il Vaticano, che come tutti sanno è il massimo trofeo a cui aspirano i jihadisti, posso garantirvi che il Papa si augurerebbe soltanto e pregherebbe perché Donald Trump fosse presidente”.

Il danno che in termini di voti gli ha causato Francesco ormai è fatto. E c’è da immaginare che gli avversari del miliardario newyorkese all’interno del suo stesso partito avranno brindato dopo che Bergoglio gli ha servito la testa di Trump su un piatto d’argento. Stessa reazione avranno avuto Barack Obama e Hillary Clinton con un assist papale che non arrivava da quando il presidente era George W. Bush e il Papa si chiamava Benedetto XVI. Difficilmente si potranno dimenticare, infatti, le immagini di Ratzinger che nel giorno del suo 81esimo compleanno, il 16 aprile 2008, spegne le candeline della sua torta alla Casa Bianca.

Dopo la visita a Cuba e negli Stati Uniti del settembre 2015, e ancor prima dopo aver benedetto il disgelo tra questi due Paesi, Bergoglio esce come il migliore alleato di Obama. Non a caso il primo presidente afroamericano degli Usa ha espresso per Francesco grande apprezzamento: “Nella umiltà, nella semplicità, nella dolcezza delle parole e la generosità dello spirito vediamo in lei un esempio vivente degli insegnamenti di Gesù”. Ma lo stesso Raul Castro, “chierichetto di Bergoglio” durante lo storico abbraccio a Cuba tra il Papa e il Patriarca di Mosca Kirill, ha oggi in Francesco uno dei suoi migliori alleati.

Quella attuata da Bergoglio è la decentralizzazione da lui voluta. È il capovolgimento del potere romano, centro dell’antico Impero ereditato dai primi cristiani, a favore delle periferie esistenziali amate dal Papa e dalle quali egli stesso proviene. Dopo secoli di Pontefici italiani ed europei, la cabina di comando del cattolicesimo si è spostata “quasi alla fine del mondo”, come si presentò Francesco il 13 marzo 2013 sottolineando l’immensa distanza, non solo geografica ma anche politica, di Buenos Aires e Roma.

Una Curia senza Papa non ha senso. Se Bergoglio apre a Bangu, nella Repubblica Centrafricana la prima porta santa del Giubileo straordinario della misericordia proclamando questa periferia geografica ed esistenziale “la capitale spirituale mondiale”, e poi abbraccia il Patriarca della “terza Roma” a L’Avana, vuol dire che il centro della Chiesa cattolica non è più il Vaticano. Anzi, che esistono una pluralità di centri rappresentati dalle periferie sparse nel globo.