Ora “i decimali contano poco, l’importante è la direzione di marcia che è di crescita”. Parola del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che ha commentato così i dati preliminari dell’Istat sul pil 2015. Scegliendo peraltro di prendere per buono il +0,7% che è il dato grezzo, cioè non corretto per gli effetti del calendario: nel 2015 abbiamo lavorato tre giorni in più rispetto al 2014 e nel confrontare l’andamento delle due annate occorre tenerne conto, “sgrezzando” il dato. E il risultato fa solo +0,6%, contro lo 0,9% previsto dal governo Renzi nell’aggiornamento del Documento di economia e finanza su cui è basata la legge di Stabilità ancora sub iudice a Bruxelles.

Questione di decimali, appunto. Che però fino a due giorni fa per Renzi contavano eccome, tanto che tra le slide diffuse da Palazzo Chigi per celebrare i due anni di esecutivo ce n’è una che affianca al calo dell’1,9% registrato dal pil nel 2013 un “+0,8%” in caratteri rossi. Sopra i due numeri ci sono le scritte “ieri” e “oggi”, per sottolineare la svolta, attribuita ovviamente alle politiche economiche del governo. Del resto il premier aveva rivendicato quel risultato prima ancora che il 2015 finisse, nella e-news del 27 dicembre: “Quest’anno abbiamo cambiato verso: segno più. Più 0,8%”, recitava il primo di quindici punti dedicati ad altrettanti risultati che il presidente del Consiglio si attribuiva.

L’1 dicembre, poi, i decimali erano considerati talmente importanti che tra Renzi e Padoan era andato in scena un siparietto con tanto di botta e risposta in diretta. Il presidente del Consiglio, durante la presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa, si era lasciato scappare: “Secondo me chiudiamo allo 0,8 anche se il Mef sostiene che comunque sarà lo 0,9“. Salvo poi ritrattare perché “mi ha appena scritto Padoan, mi ha detto: sullo 0,9 tieni la linea, non è Roma-Fiorentina”.

Che i decimali contino, insomma, Palazzo Chigi e il Tesoro lo sanno bene. Ci sono proprio i decimali al centro dello scontro con la Commissione Ue. La manovra italiana per il 2016 parte da una crescita ipotizzata allo 0,9% per calcolare l’andamento del rapporto deficit/pil, che il governo intende portare dall’1,4% inizialmente concordato fino al 2,4%. Una differenza che vale circa 16 miliardi. Se però il pil si rivela più basso del previsto, il rapporto aumenta. E la cifra su cui Renzi chiede flessibilità lievita.

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