Milano avrà tre candidati uguali, perché tutti e tre – Sala del Pd, Parisi del centrodestra, Passera come out-sider – sono esponenti di quella finanza che rappresenta l’1 percento ricco della popolazione. I partiti, a questo giro, non sono riusciti a dare a Milano un candidato che rappresenti davvero i milanesi. Nonostante le primarie, nonostante l’apparente democraticità, i candidati alla fine non sono per nulla lo specchio della composizione sociale degli abitanti di Milano. Non rappresentano che una piccolissima parte della città: quella ricca, quella della finanza.

La Milano che lavora e che produce non ha un suo candidato. Perché i tre sono manager. E quando hanno avuto a che fare con la produzione reale e non con la finanza non hanno certo brillato.

Milano: iniziato il week end delle primarie, oggi 9 seggi

Dopo la parentesi arancione, quindi, Milano rischia di tornare a essere il luogo degli interessi dei pochi contro quelli dei molti, e degli affari per gli “amici”; la città che svende il proprio patrimonio pubblico e privatizza i servizi sociali, sempre più necessari in questa lunga fase di crisi.

Milano è – anche in questo – specchio e fors’anche anticipazione del nuovo quadro nazionale. Fatto di una casta che difende se stessa cercando accordi con i poteri forti, gli interessi dei potenti. E ubbidendo alle loro richieste.

Non c’è stato nemmeno bisogno di commissariarla, Milano, per dare avvio a questa nuova fase. Tanto è desolante il quadro della politica, con quella “sinistra diffusa” che non crede più ai leader dei partiti cosiddetti di sinistra, i quali del resto fanno di tutto per non esser credibili, lavorando più a mantenere quelle briciole di potere che hanno piuttosto che a dare rappresentanza a chi una rappresentanza non ha più.

Eppure a Milano sono tanti – singoli, associazioni, movimenti civici e le basi dei partiti politici – che vorrebbero lavorare per una città dove si possa respirare 365 giorni all’anno, che innovi radicalmente sul fronte del riscaldamento e della mobilità, che punti a diventare modello europeo di riconversione ambientale, restituendo ai suoi abitanti la gioia di viverla integralmente.
Una città in cui le cosiddette “periferie” diventino nuovi centri propulsivi di innovazione sociale, culturale ed economica in vista della città metropolitana.
Una città dell’abitare equo e della riconversione degli spazi abbandonati e sfitti, una città attrattiva per i giovani europei.
Una città che garantisca libertà delle imprese, ma che non ne giudichi il successo unicamente sulla base del profitto e dell’arricchimento di pochi.
Una città in cui gli asili, le scuole, le università non siano solo per chi se li può permettere.
Una città che mantenga il suo primato nelle politiche di accoglienza e in cui i diritti civili, sociali e politici siano davvero per tutti, per non diventare unicamente i privilegi di qualcuno.
Una città resa sicura da politiche di cura dei luoghi di vita e dei beni condivisi, più che dall’applicazione della forza.
Una città nella quale il fascismo non trovi più sponda.

Molte delle proposte messe in campo da Francesca Balzani e da Pierfrancesco Majorino erano ottime e condivisibili. Ma abbiamo ben chiaro che saranno realizzabili e praticabili solo se il sindaco sarà il rappresentante della maggioranza dei cittadini di Milano e non della minoranza ricca di questa città.

Da oggi, quindi, è necessario rimettersi al lavoro per un progetto radicale e radicalmente nuovo, impegnativo e difficile ma anche bello. Che non guardi alle stanze della politica ma alle strade della città. Che non si curi dei giochi di prestigio di chi cerca di riciclarsi cambiando sigla ma che si curi di ricostruire diritti e doveri di una collettività che possa ritornare ad esser chiamata comunità o società organizzata.

Io credo si possa fare, per questo vi invito a aderire qui.