Walking the line”, “Sul filo del rasoio”: storia di una grande opera europea. Il sogno è un mega gasdotto che dal Mar Caspio arrivi all’Italia. Formalmente il suo scopo è renderci indipendenti sul piano energetico da Ucraina e Russia. Ma continuando a mantenere l’Europa dipendente dalle energie fossili. Per il bene dei grandi attori del mercato, tutti dentro la grande impresa: da British Petroleum fino alla nostra Snam.

Questa la tesi della rete europea di ong Counter Balance – autrice del webdocumentario assieme all’italiana Re:Common e all’inglese Platform – che rappresenta una delle voci che per prime ha cominciato a fare i conti in tasca al progetto. La missione del gruppo di ong è proprio analizzare gli investimenti degli istituti di credito europei – la Banca europea per gli investimenti (Bei) e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) – per valutarne impatto e importanza. “Nel contesto di oggi, con il prezzo del petrolio così basso – spiega Elena Gerebizza di Re:Common, ong italiana che fa parte del network -aumentano i dubbi circa la reale possibilità che quest’opera possa essere portata a termine. Il progetto, proposto da un’azienda privata, sarà fattibile solo con soldi pubblici di Bei, Ue e dei governi interessati”.

Il mega gasdotto è composto da tre segmenti: Tap (Trans Adriatic Pipeline), Tanap (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline) e Scpx (espansione del South Caucasus). Sei i Paesi toccati, 3.500 i chilometri di tubi che dal giacimento di Shah Deniz II, in Azerbaigian, e termineranno la corsa nella spiaggia di San Foca, nel Salento. I lavori per realizzarlo cominceranno nell’estate 2016 (se arriveranno tutti i permessi) per concludersi nel 2020. Costo stimato: 45 miliardi di euro. L’opera per partire ha bisogno delle approvazioni ambientali. E il fronte è ancora molto caldo, soprattutto in Italia: il 19 gennaio 2016 sono cominciate le trattative tra Regione Puglia e Tap per spostare l’approdo del gasdotto a Brindisi. “Sia ben chiaro però – fanno sapere dalla società alla Gazzetta del Mezzogiorno – che nel frattempo noi restiamo titolari di un’autorizzazione valida rispetto alla quale stiamo lavorando. Per noi l’approdo rimane a San Foca”. Intanto il 14 gennaio, il ministro dell’Ambiente greco ha sottoscritto le autorizzazioni per l’opera: “L’attuazione del gasdotto comporta molteplici benefici per il Paese: stimolare occupazione, con stime di posti di lavoro diretti e indiretti pari a 10mila unità, e la partecipazione delle imprese greche alle opere”.

La società con sede a Baar, in Svizzera, parte poi con un bilancio in rosso di 110 milioni di euro, come ha scritto ilfattoquotidiano.it. Il suo destino è appeso al filo di un prestito della Banca Europea per gli Investimenti da 2 miliardi di euro, dato per sicuro visto che l’opera è stata inserita tra le priorità per quest’anno dalla Commissione Europea, ma di cui ancora non si hanno notizie.

Secondo il webdocumentario, l’origine del male europeo, nonché la giustificazione della folle corsa al gasdotto, sta nella dipendenza – tossica – da energie fossili, mai curata nemmeno dal piano Europa 2020 o dalla conferenza di Parigi. I numeri affermano che due terzi della domanda di energia europea è soddisfatta da fonti fossili, contro il 12% a cui rispondono le rinnovabili. Oltre la metà di questa energia viene importata da fuori: una volta era la Russia, oggi il grande cliente è l’Azerbaigian, un Paese che ha nelle sue carceri oltre cento persone tra attivisti e giornalisti colpevoli solo di aver denunciato gli affari della famiglia Aliyev. Per altro, l’effetto del gasdotto è limitato: l’aumento di energia in Europa sarebbe solo del 2,5%.

Le grandi compagnie hanno paura delle alternative: “Benzina e gas devono continuare ad avere un ruolo nella lotta ai cambiamenti climatici”, hanno dichiarato durante la conferenza di Parigi i vertici di BP. E intanto nei sobborghi di Londra il progetto Repowering aiuta le comunità a installare pannelli solari e a produrre l’energia di cui hanno bisogno. Liberi dai grandi produttori di energia.