I volontari non mancano. Mike Herrick ha lasciato papà e mamma a Panama ed è partito per l’Iowa. Ora è in New Hampshire; tra qualche giorno sarà in South Carolina. Aiuta la campagna elettorale di Bernie Sanders: fa le telefonate, distribuisce i cartelli con la scritta “A future to believe in”, monta e smonta i palchi. Quando sarà tutto finito, se ne tornerà a Panama a fare l’ingegnere civile. A Rindge, una cittadina universitaria del New Hampshire, aspetta l’arrivo di Sanders e racconta che “è tanto che la politica americana non aveva un tipo sincero e coerente come Bernie”. Alla domanda, voterai per la Clinton, dovesse essere lei la candidata ufficiale, spalanca gli occhi: “Vuoi scherzare, esclama, e ride”.

C’è un fenomeno che percorre il partito democratico, ma in fondo tutta la politica presidenziale 2016. Gli anti-partito, una delle tante versioni dell’anti-politica, non stanno più fuori i partiti. Ci sono entrati e prendono parte ai loro processi politici. E’ gente che sceglie un candidato che spesso, come loro, ha poco a che fare con democratici e repubblicani; che sono pronti ad abbandonare nel caso il loro candidato non dovesse prevalere. Sono molto diversi dagli indipendenti classici, quelli che secondo tempi e preferenze optano per un candidato piuttosto che un altro. Sono anzi una “mina vagante” che dà molto poco alla macchina del partito e rischia di gettare scompiglio nella sua classe dirigente.

Il beniamino degli anti-partito, manco a dirlo, è Donald Trump. Che cosa abbia a che fare con il Grand Old Party un miliardario newyorkese e star TV – con tre mogli, vecchie simpatie liberal, una passione per il jet-set internazionale – è una domanda che in molti si sono fatti. La risposta è semplice. Nulla. A parte la fede che un businessman spericolato può avere nei benefici del capitalismo, c’è ben poco che leghi Trump al partito repubblicano. Trump non c’entra niente con la vecchia leadership moderata della East Coast, non c’entra niente con l’anima religiosa e conservatrice, con quella libertarian, con quella militare, con l’aristocrazia politica che gestisce Washington, con il mondo di riviste, think tank, intellettuali, portaborse, lobbisti che girano attorno al G.O.P.

La sua candidatura alle primarie repubblicane ha avuto l’effetto di una slavina. Si è abbattuta sulla leadership, che prima l’ha ridicolizzata, poi temuta, poi avversata. “Sarebbe una disgrazia, se fosse lui il candidato”, ha spiegato Mitch McConnell, il leader repubblicano del Senato. In effetti il messaggio di Trump – anti-immigrati, anti-establishment, anti-élite economiche – è più vicino a quello di certi protagonisti della politica europea: Marine Le Pen o Nigel Farage. Il suo populismo, come ogni forma di populismo, taglia classi e generazioni e fa leva soprattutto su rabbia e paura. Ai suoi comizi si sono ritrovati in tanti e diversi: operai e middle-class in difficoltà, sostenitori dei complotti del governo federale, anarco-capitalisti, TV-dipendenti e lunatici vari. Una miscela esplosiva, che ora i repubblicani cercano di disinnescare ricorrendo al ben più rassicurante Marco Rubio.

Qualcosa di molto simile sta succedendo dall’altra parte. Bernie Sanders non è un democratico. Non lo è mai stato e non lo è ancora adesso – anche se a novembre ha ufficializzato la sua entrata nel partito per poter partecipare alle primarie. Per tutta la sua carriera politica, Sanders si è dichiarato un “socialista”, o “socialdemocratico”. Il suo pensiero di riferimento non è quello del liberalismo democratico USA, bensì quello del socialismo delle democrazie nord-europee. Peraltro, a nessuno nel partito democratico è mai venuto in mente di classificarlo come cosa propria. Prima da sindaco di Burlington, poi da senatore del Vermont, Sanders è sempre stato il simpatico e apprezzato outsider, che spesso votava con i democratici e che altrettanto spesso li criticava da sinistra: non abbastanza schierati su minimi salariali, difesa del sindacato, redistribuzione, lotta al potere di Wall Street. La sua visione per classi sociali è quella del figlio di immigrati ebrei polacchi nella Brooklyn degli anni Venti. Anche quando, a inizi anni Sessanta, Sanders ha fatto il suo giro rituale per Israele, ha scelto di andare a lavorare in un kibbutz socialista, lo Sha’ar Ha’amakim di Haifa. Lì era ospite dei giovani sionisti di “Hashomer Hatzair”.

Il problema, per i democratici, è che uno così non soltanto partecipa alle primarie, ma mette anche in seria difficoltà la candidata ufficiale del partito e stra-favorita Hillary Clinton. Sospinto dal risentimento per le diseguaglianze che la recessione di questi anni ha prodotto, Sanders fa proseliti. Andare ai suoi comizi è un’esperienza unica, che ricorda per entusiasmo quella di Obama del 2008. Proprio nel campus universitario di Rindge, sabato mattina, c’era un buon campione dei “Bernie Bros”: vecchi professori, borghesia bianca e illuminata e poi una marea di giovani, giovanissimi, ventenni ma anche ragazzi di quindici, sedici anni, rapiti dal messaggio di “un futuro in cui credere”, entusiasti all’idea di far fuori i politici di lungo corso. Come ci ha detto ancora Mike Herrick, il ragazzo di Panama: “Bernie non c’entra niente con questa politica”. Gran parte dei sostenitori più giovani del “fratello Bernie” non hanno esperienza politica alle spalle; vengono spesso da movimenti ambientalisti, anti-capitalistici, dai gruppi per i diritti civili e umani. La loro distanza dal partito democratico è totale. Il loro disdegno palpabile. A Rindge, ogni volta che Sanders ha pronunciato il nome del “segretario Clinton”, sono partiti cori di “E’ una bugiarda”. Sui forum dei “Bernie Bros” gli insulti contro Hillary si sprecano.

L’acrimonia è tale che l’addetto stampa della Clinton ha parlato di “cattiveria al vetriolo” e chiesto a Sanders di tenere a bada i suoi. Le parole importano comunque poco. Il problema è politico e si porrà tra qualche mese. Cosa faranno i “Bernie Bros” se, come molti sembrano credere, la Clinton conquisterà la nomination? Voteranno comunque il candidato democratico? E’ pensando proprio al “dopo” che la Clinton in questi giorni si è rivolta ai sostenitori di Sanders: “Comunque vada, il vostro entusiasmo e la vostra dedizione sono una ricchezza”, ha detto. Non sono peraltro un paio di dichiarazioni a cancellare l’ostilità per l’establishment e il suo simbolo Hillary Clinton. Il rischio è che archiviate le primarie, un mondo giovane e progressista si disperda per sempre e lasci il partito in mano a una macchina non particolarmente capace di rinnovarsi. La stessa che presenta la moglie di un presidente eletto nel 1992 e che, come unico avversario, incontra un vecchio e solitario socialista del Vermont.