Da “tre settimane a un mese” ha fatto sapere il presidente della Camera Patxi López. È questo il tempo stimato a disposizione di Pedro Sánchez per tentare di far quadrare il cerchio. L’idea è quella di formare una complessa maggioranza che appoggi un governo “trasversale, progressista e del cambiamento” da lui presieduto. Una sfida che sembra impossibile perfino per una buona parte dei dirigenti socialisti, con una Camera frantumata e un gruppo che possiede solo 89 seggi. Dopo aver accettato l’incarico dal re Felipe VI, e a oltre 40 giorni dalle elezioni, da oggi cominciano le negoziazioni “con tutte le forze politiche”, ha detto il leader del Psoe. Il suo obiettivo è quello di cercare il voto a favore o l’astensione specialmente dei nuovi partiti – Ciudadanos e Podemos – ai quali ha chiesto di “rinunciare ai veti”.

Le negoziazioni sembrano disperate: sia Pablo Iglesias che Albert Rivera sembrano incompatibili e si mostrano a vicenda il cartellino rosso. Anche i popolari non contemplano l’idea di appoggiare un esecutivo socialista. Sánchez, però, si mostra determinato: “Non sono Rajoy, io faccio sul serio e farò di tutto per formare il governo”. Ma l’ipotetica alleanza Psoe-Podemos avrebbe bisogno anche dell’appoggio dell’estrema sinistra e degli autonomisti baschi e catalani, cosa non gradita al partito.

Sánchez sa che la strada da percorrere è lunga e complicata, per tutta una serie di motivi, non solo esterni. Uno dei grattacapi arriva proprio dalle retrovie del Psoe: Susana Díaz, presidente dell’Andalusia, non usa mezze misure. All’assemblea generale del partito, lo scorso fine settimana, ha detto chiaro e tondo che preferisce Ciudadanos a quei “professori di Podemos” che con la loro proposta di guidare la vicepresidenza e una divisione certosina delle cariche ministeriali, umiliano i socialisti.

Con lei c’è anche una buona parte del partito, invisa a qualsiasi rapporto con gli indipendentisti. Vari dirigenti, come i presidenti della Comunidad valenciana, Aragón e Castilla-La Mancha, non hanno più fiducia nel loro leader. Tant’è che, comunque vadano le cose, si pensa già alle primarie per il nuovo candidato a segretario generale, votazione che è stata fissata per il prossimo 8 maggio. Giusto in tempo per un eventuale ritorno alle urne, intorno a giugno, se Sánchez non riuscirà a mettere tutti d’accordo.

E non solo. All’assemblea generale il leader ha annunciato che sottoporrà ai più di 190mila militanti del Psoe l’accordo che tenterà di raggiungere. Dopo il voto, si celebrerà un Comitato Federale che avrà l’ultima parola sulla questione.

Non resta che cercare sostegno “a destra e a sinistra” e farlo anteponendo “la politica e i programmi” alle poltrone. Oggi stesso si prevedono riunioni straordinarie dei gruppi parlamentari di Camera, Senato e Parlamento europeo. E in queste riunioni sarà designata, probabilmente, una commissione di negoziazione.

Le quattro priorità adesso saranno tutte sul piano dei programmi: creare lavoro e consolidare il recupero economico, combattere la disuguaglianza, riformare la Costituzione per risolvere la crisi di convivenza con la Catalogna e un accordo per una rigenerazione democratica che restituisca ai cittadini la fiducia nelle istituzioni. Sánchez parlerà con tutti. Ma scarta l’idea di “cercare un appoggio negli indipendentisti”.

Di fatto i due partiti hanno assicurato che voteranno contro un governo socialista. Tanto meno cercherà l’appoggio nei popolari. La prima opzione è dunque ottenere un accordo programmatico comune con Podemos e Ciudadanos. E dopo la fiducia in Parlamento. Sánchez sa già che Albert Rivera e Pablo Iglesias non vogliono avere a che fare l’uno con l’altro, per questo cerca l’appoggio di uno e l’astensione dell’altro. Preferisce il sì di Rivera e che Iglesias lasci correre. Difficile a dirsi, ancor peggio a farsi.

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