Recentemente ho incontrato Anina Ciuciu a Saint Denis, all’interno di uno stabile “alternativo” della periferia settentrionale di Parigi. L’anno scorso avevo letto la sua autobiografia “Je suis Tzigane et je le reste” e mi aveva colpito di aver inconsapevolmente condiviso con lei, negli anni Novanta, la vita nello spazio denominato Casilino 900, il più grande campo nomadi d’Europa. Le baracche dove abitavamo distavano un centinaio di metri, lei nell’area dove risiedevano i rom rumeni, io in quella dei montenegrini.

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Anina è nata 25 anni fa nel quartiere rom di Craiova, in Romania. Capelli neri e sguardo determinato. Vuole fare il magistrato e studia alla Sorbonna, una delle università europee più prestigiose. Appartiene alla generazione del post comunismo rumeno, segnata da una profonda crisi economica e da una recrudescenza di antigitanismo che ha visto famiglie rom vittime di violenze e gravi atti di discriminazione. «Mi ricordo la scuola d’infanzia, in Romania, nessun compagno mi dava la mano quando la maestra ci metteva in fila. In classe, mia sorella ed io abbiamo subìto insulti, siamo state isolate».

Aveva 7 anni quando la sua famiglia decide di scappare da un Paese ostile per raggiungere l’Occidente in un viaggio che oggi ricorda molto il percorso dei profughi afghani e siriani: l’Ungheria, i paesi dei Balcani frantumati dalla guerra, fino all’Italia, dove le porte del camion che trasporta la famiglia Ciuciu spalanca le sue porte davanti alla baraccopoli del Casilino 900. «Sino ad allora il mio naso aveva respirato il profumo dei fiori, delle arance, del sole. Ora l’acre odore della legna bruciata riempiva le mie narici».

Dopo una vita fatta di stenti dove mai – racconta Anina – «sono riuscita a vedere il Colosseo» e dove Anina e la sua famiglia per sopravvivere sono costrette a mendicare per le vie della Capitale, la fuga verso la Francia e l’arrivo, nel luglio 1997 a Bourg-en-Bresse. Con l’aiuto di due donne la famiglia Ciuciu trova un appartamento dove alloggiare; Anina studia il francese e comincia a frequentare la scuola. Infine, dopo un periodo di clandestinità, i suoi genitori trovano lavoro ottenendo così il permesso di soggiorno. Oggi Anina, dopo una laurea in giurisprudenza, grazie ad una borsa di studio, sta terminando un master di secondo livello in diritto privato alla Sorbona.

Anina è una donna rom. Ha mantenuto le sue tradizioni, parla il romanès, cucina secondo la tradizione familiare. Ma si considera anche rumena e francese ed è orgogliosa di esserlo. E’ felice di essersi arricchita della cultura francese: «Mi considero fortunata ad avere dentro tre culture insieme e ne sono fiera». Anina è una vera cittadina dell’Europa. Non quella dei burocrati e delle finanze ma l’Europa voluta da Adenauer, Schuman, De Gasperi, quella abitata da giovani sognatori che non si accontentano di sopravvivere. «Riuscire ad avere una vita più simile ai propri sogni non è impossibile, anche se i ragazzi rom devono dimostrare di essere molto più forti di tutti gli altri per ottenerla», è quanto ripete Anina nelle sue interviste.

Un giorno vorrebbe tornare nella baraccopoli romana anche se ammette: «Se fossimo rimasti a Casilino 900 avremmo condotto la vita imposta dalle condizioni; mi sarei sposata, avrei avuto figli, avrei continuato a chiedere l’elemosina senza nemmeno aspirare ad un futuro migliore. E’ normale; sono le conseguenze delle politiche di marginalizzazione e di esclusione e non di pratiche culturali intrinseche alle nostre comunità. La miseria obbliga a sviluppare l’economia della miseria». Anche in Francia si è scontrata con l’esclusione, ma ha incontrato persone che l’hanno sostenuta per ritrovare la dignità.

Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto sullo spazio dove sorgeva il Casilino 900 per ricordarci che nessuna vita nasce senza speranza e che il senso di ogni esistenza si concepisce dentro un sogno. Quello di una vita dove saremo tutti le stesse possibilità. Ci lasciamo anche con l’impegno di portare il suo libro in Italia e di trovare un editore disponibile a pubblicarlo. «Alle giovani rom che vivono oggi nei campi italiani vorrei che la mia storia insegnasse che il cambiamento è possibile ma occorre rimboccarsi le maniche, senza aspettare un aiuto da fuori che forse non verrà mai! Solo da noi stessi inizierà il nostro cambiamento. Lottare per esso non significa lottare contro le nostre tradizioni. Noi donne rom siamo le prime a dover osare il cambiamento!».