Arisa potrebbe vincere la sessantaduesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Questo si sente nel brusio degli addetti ai lavori. Ha la canzone giusta, Guardando il cielo, ha la voce migliore tra i partecipanti, ha già vinto e la presenza l’anno scorso al fianco di Carlo Conti come co conduttrice l’ha resa ulteriormente popolare e simpatica. Arisa potrebbe vincere. Ma Arisa non vuole vincere. Questo dice Arisa durante l’incontro che abbiamo avuto ieri con lei negli uffici della sua casa discografica. Non vuole vincere, e non per vezzo, per quel modo di rispondere fintamente timida ai complimenti di chi sa di poter ambire a un traguardo ma preferisce sentirselo dire dagli altri. Non vuole vincere, dice, perché preferisce continuare a cantare solo in italiano, non comprendendo quelli che poi cantano in spagnolo solo per vendere all’estero.

Non vuole vincere perché l’idea dell’Eurovision, che la precedente volta le è stato soffiato sotto il naso da Emma, implicherebbe una quantità suppletiva di impegni, e lei ci tiene a continuare a portare avanti, a fianco della propria vita professionale anche la vita privata. Non vuole vincere perché, ha capito, è meglio fare un passo alla volta. E Guardando il cielo, in effetti, è un bel passo in avanti. La carriera di Arisa è stata, fin qui, molto fatta di ripartenze, come nel calcio di casa nostra. Dopo un esordio fulminante, con vittoria al Sanremo Giovani nel 2009, Sincerità uber alles, Arisa ha deciso che non voleva essere quella Arisa lì, un po’ goffa, un po’ buffa. Non che abbia rinnegato il suo passato, ma si sentiva di voler cantare altro, e ha cantato altro. Così nel 2012, sempre da Sanremo, è ripartita con La notte, brano vincitore morale dell’edizione che invece è andata a Emma, con Non è l’inferno.

Il brano La notte e l’album Amami sono stati, se possibile, la migliore ripartenza possibile. Canzoni dense, gigantesche, ma non ingombranti. Giuseppe Anastasi, suo ex, le ha regalato alcune delle più belle canzoni degli ultimi anni e lei le ha cantate con empatia, ritagliandosi un ruolo di interprete perfetto. Poi, però, Arisa ha voluto provare a fare un piccolo esperimento, come dice lei stessa, non del tutto riuscito. Se vedo te, infatti, provava a portare sul palco di Sanremo, e più in generale nel nostro mercato, canzoni provenienti dall’indie, con autori come Cristina Donà, Antonio Di Martino, Dente. Ma, come dice lei stessa, se canti una canzone come Quante parole che non dici, pretendi dall’ascoltatore un impegno forse troppo grande, gli canti una canzone troppo grossa e il rischio, corso, è quella che la canzone ti schiacci, non arrivi.

Così ecco che Arisa riparte di nuovo, e lo fa con una manciata di canzoni arrangiate e prodotte da Nicolò Fragile e dal suo Giuseppe Barbera, canzoni grandi ma non grosse. In cui ci mette tutta se stessa, cantando anche molto. Guardando il cielo affronta, come altre tracce del disco, temi quasi mistici, parla della vita dopo la vita, descrive quasi una visione panteista del mondo. “Credo che ci siano temi importanti che vadano affrontati, come quelli su cui si sta tanto dibattendo in questi giorni in Italia, ma credo che ci siano tematiche anche più importanti, come il rispetto per il nostro pianeta. Se non capiamo che siamo parte di un tutto e che il rispetto per il divino che ci è stato passato dalle generazioni precedenti, per quello che mia nonna chiamava Dio, in realtà è rivolto alla terra in cui ci muoviamo, forse diventa tutto inutile.”

Guardando il cielo, infatti, non è solo una ripartenza, ma una canzone importante, grande, appunto. Lo è perché affronta un tema delicato. Lo è perché lo è musicalmente. “L’ha scritta per me Giuseppe, col quale ho vissuto per tre anni, e col quale continuiamo ad amarci, ma in modo diverso”. Si sente, questo amore, questa empatia, perché entrambi danno il meglio quando lavorano insieme. Quando Arisa canta le canzoni scritte da Anastasi. Quando Anastasi scrive canzoni per lei. Canzoni popolari, perché Arisa non vuole vincere Sanremo ma vuole arrivare a tutti tutti. Canzoni non complicate, ma complesse. Semplici ma con un messaggio. “Quando ho fatto sentire il provino di questa canzone ai due produttori, proprio perché sapevo che era una canzone importante, ho chiesto di pensare a una produzione, a un arrangiamento, come quello della Coppa del Nonno, hai presente il jingle?”, e me lo canta, I feel good, I feel fine… “Doveva avere un suono leggero, quasi country, perché quelle parole dovevano arrivare lievi.” Ecco, forse il segreto della bellezza di questa canzone sta tutta qui. Una canzone grande ma non grossa suonata come la Coppa del Nonno, perché per ripartire bisogna avere le idee chiare in testa. Arisa potrebbe vincere la sessantaduesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, ma Arisa non vincerà, dice, preferisce vivere.