Le cause contro le banche Milano, l’infiltrazione di Mafia Capitale e il caso Cucchi a Roma, i reati legati all’immigrazione clandestina a Palermo. Ma in tutti i distretti delle corti d’Appello il tema principale di questo anno giudiziario – come del resto aveva sottolineato il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio – è la prescrizione. Istituto giuridico che manda al macero migliaia di processi ma la cui legge di riforma giace in Parlamento anche a causa delle divisioni politiche specie tra Pd e Ncd. L’estinzione del reato perché troppo tempo è trascorso ha cancellato il 49% dei processi a Venezia e il 30 a Roma. Tanto da far dire al procuratore generale della capitali che “interi settori della legalità quotidiana sono sommersi dalla prescrizione”. A Napoli si parla di “amnistia strisciante”.

Milano, 57 procedimenti contro banche
A Milano “sempre in numero rilevante le cause bancarie” che hanno “ad oggetto il tema di grande attualità della responsabilità fatta valere da singoli risparmiatori-investitori nei confronti di banche-promotori finanziari” per “difetto di informazione” o per “la rischiosità dei prodotti“. Nella relazione del presidente facente funzione della Corte d’appello, Maria Chiara Malacarne viene indicato che a Milano sono pendenti “57 procedimenti” tra cause bancarie e intermediazione finanziaria, “oltre le metà dei quali prossimi alla definizione”. Le cause vertono sui difetti di informazione “sull’adeguatezza degli investimenti rispetto alla qualifica dell’investitore” e sulla “rischiosità dei prodotti proposti”, ma anche sul “difetto di causa in ipotesi di contratti derivati, per i quali il rischio non è bilanciato su entrambi i contraenti, ma grava esclusivamente e prevalentemente sull’investitore”. Su quest’ultimo aspetto nella relazione viene segnalata “la storica sentenza emessa nel 2013 dalla I Sezione civile della Corte”.

Altro tema quello della criminalità organizzata, Le indagini della Dda di Milano hanno “consentito di accertare il definitivo radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia”, ma anche di “contrastarla efficacemente perseguendo centinaia di persone affiliate” dice il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario.  “Le indagini svolte – si legge nell’intervento – hanno quasi sempre riscontrato la presenza di figure riconducibili alla cosiddetta borghesia mafiosa, costituita, come è noto, anche da imprenditori, professionisti, pubblici funzionari e politici

Roma, Mafia capitale e caso Cucchi
Lo scorso ottobre avevano suscitato polemica le parole del presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, sul fatto che Roma (vedi inchiesta Mafia capitale) non avesse mostrato sufficienti anticorpi contro il malaffare. Ma questo argomento ritorna con forza anche nella relazione del procuratore generale della corte d’appello di Roma, Giovanni Salvi: “Gli anticorpi non hanno funzionato se è stato possibile una così pervasiva influenza sull’amministrazione locale”. Per Salvi si tratta di una azione “continuata anche dopo il mutamento di compagini politiche” citando le infiltrazioni del clan sia nell’amministrazione comunale guidata da Gianni Alemanno che quella di Ignazio Marino. “Come è stato possibile questo radicamento di una nuova, ma non ignota, tipologia criminale?”, si chiede l’alto magistrato. “Il profilo dell’organizzazione – spiega ancora Salvi – è solo in parte assimilabile a quelle delle mafie tradizionali. Inoltre – sottolinea Salvi riprendendo la sintesi fatta dal procuratore Giuseppe Pignatone – Mafia Capitale mantiene le “condizioni di assoggettamento e di omertà” di altre organizzazioni, e che sono generate dal “combinarsi di fattori criminali, istituzionali, politici, storici e culturali” ma “presenta caratteri suoi propri, in nulla assimilabili a quelli di altre consorterie”. Si tratta di una “genesi propriamente romana” rappresentando un “punto d’arrivo” di gruppi “che hanno preso le mosse dall’eversione di estrema destra”.

Salvi parla anche del caso Cucchi: “La giustizia si afferma anche quando la polizia giudiziaria, guidata dalla Procura della Repubblica, persegue con fermezza ma senza pregiudizi verità anche scomode come per la morte di Stefano Cucchi“. Il magistrato fa riferimento all’inchiesta bis sulla morte del giovane geometra che vede indagati cinque carabinieri accusati, a seconda delle posizioni, di falsa testimonianza e lesioni.

Palermo e Venezia, questione prescrizione
Anche Palermo l’argomento più scottante è la prescrizione. Sempre più processi si concludono con l’estinzione del reato perché troppo tempo è trascorso. Il dato emerge dalla relazione di Gioacchino Natoli, presidente della corte d’appello di Palermo, per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016, che sarà illustrata sabato. Sono stati 1.692 i procedimenti eliminati dai Gip o Gup con pronunzie di prescrizione (5% del totale dei processi definiti); e 1.569 i processi eliminati dai Tribunali e 280 in Corte di Appello. Per la maggior parte si è trattato di fatti che hanno richiesto lunghe attività d’indagine o una lunga istruttoria dibattimentale in primo grado. Per l’appello, il fattore determinante è stato il ritardo nel deposito della sentenza o nella trasmissione del fascicolo del primo giudice. “È stato più volte sottolineato – dice Natoli – che i termini di prescrizione dovrebbero decorrere ex novo a ogni passaggio processuale, senza limiti temporali massimi, se non quelli correlati alla fase o al grado di processo in corso”. Sempre da Palermo arriva l’allarme sull’aumento del numero dei reati legati al fenomeno dell’immigrazione clandestina, tanto da richiedere l’istituzione presso la Procura della Repubblica di Palermo di un apposito gruppo di lavoro coordinato da un procuratore aggiunto e composto da quattro sostituti della Dda e tre sostituti della Procura ordinaria. Nel distretto di Palermo, c’è stato un aumento del 160% dei procedimenti per riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani. Prescrizione e reato di clandestinità sono stati due dei punti più importanti della relazione del primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio.

Anche dalla Corte d’Appello di Venezia si sottolinea come a causa della lunghezza dei procedimenti tra primo e secondo grado, si arrivi alla prescrizione del 49% dei reati. Un dato, secondo Rinaldi, “che aumenta, se si tiene conto di quanto viene prescritto già in primo grado, se non già da quando c’è il rinvio a giudizio, in tutte le sedi”.

A Roma invece nel periodo tra il 2014 e il 2015 sono stati dichiarati estinti per prescrizione il 30% dei procedimenti definiti: “Interi settori della legalità quotidiana sono sommersi dalla prescrizione – afferma Savi – così giungendosi alla vanificazione della sanzione penale e della sua stessa minaccia, proprio nelle aree di maggior interesse per il cittadino”. Per Salvi “è indispensabile un mutamento di rotta” perché “il dato diviene drammatico se si fa riferimento ai reati a più breve termine di prescrizione”. Secondo il pg di Roma “i nodi da aggredire subito sono le notificazioni, causa di continui e inutili rinvii e le modalità di trattazione dei procedimenti prescritti o prossimi alla prescrizione che vengono gestiti senza uniformità e che ingolfano udienze destinate ai processi viventi”.

Nonostante alcuni dati positivi “i tempi di definizione dei procedimenti civili e penali, ancorché diminuiti, continuano ad essere eccessivi e questo continua ad essere il principale problema della giustizia – dice il presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis -. I ritardi nei processi penali, la scarcerazione anche di imputati per reati gravi per decorrenza dei termini di custodia cautelare e l’estinzione di un gran numero di reati per prescrizione, vanifica il lavoro dei magistrati e finisce per diventare una sorta di amnistia strisciante e perenne che opera peraltro in modo casuale”.

Bologna, “controlli banche non funzionano”
“Gli amministratori degli istituti bancari, anche non pubblici, dovrebbero essere ben consapevoli della funzione sociale che svolgono, avendo tra le mani i patrimoni e, in qualche caso, le vite delle persone. Ebbene, deve far riflettere che, nonostante gli episodi di infedeltà nei confronti dei clienti, i controlli funzionino così male” dice a Bologna Alberto Candi, procuratore generale reggente, che ha preso spunto per la riflessione “amara, anche se di grande attualità” dal processo Parmalat-Capitalia, che nel 2015 ha visto la conclusione dell’appello bis con le condanne, tra gli altri, di Cesare Geronzi e Matteo Arpe. Un processo che ha dimostrato che “la magistratura è in grado di accertare le responsabilità anche se si tratta di procedere contro persone apparentemente intoccabili, apparentemente irraggiungibili da quella giustizia che riguarda, ogni giorno, i cittadini ‘comunì”. Contro la sentanza pende però un’istanza di revisione presentata dalla difesa di Arpe, secondo la quale sono nel frattempo emerse nuove prove della sua innocenza e altre sarebbero state ignorate.
Parmalat, ha detto ancora Candi, “si trascinò per anni sull’orlo dell’abisso, prima che qualcuno se ne accorgesse, facendola cadere con lo schianto di un colosso di argilla cresciuto sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto vigilare e non vigilò”.