Ho avuto l’onore, ieri, di essere stato invitato come relatore per un’iniziativa al liceo “Galileo Ferraris” di Varese, a una conferenza intitolata “Omosessualità, Omofobia, Diritti” organizzata dal professor Andrea Atzeni, docente dello stesso istituto. L’evento è stato ospitato all’aula magna dell’Università dell’Insubria. In una sala gremita, con oltre duecento presenze tra corpo studentesco e insegnanti, si è prima proiettato il documentario Non so perché ti odio, di Filippo Soldi, per poi dare spazio agli interventi dei relatori.

Unioni 675

Mauro Grimoldi, coordinatore scientifico della Casa dei diritti di Milano ed ex presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, ha fatto notare l’importanza di questo tipo di iniziative, smentendo la validità delle terapie riparative – perché “non puoi guarire qualcuno dall’omosessualità” visto che malattia non è – e parlando dell’inconsistenza del cosiddetto “gender”.

Riccardo Conte, avvocato e già docente universitario di Diritto processuale civile all’Università di Milano, ha affrontato il tema delle unioni civili, ricordando alla platea che l’Italia ha il dovere di approvarle, perché ci sono varie sentenze da parte della Corte Costituzionale e del Parlamento Europeo che vanno in tale direzione. Infine, Dario Belmonte, dell’associazione radicale Certi Diritti, ha ricordato che nei paesi in cui c’è il matrimonio egualitario la società non è andata allo sfascio, come paventano gli oppositori al ddl Cirinnà.

Il mio intervento, invece, si è concentrato su quelle parole che “costruiscono” una percezione negativa delle differenze sessuali, argomenti già toccati più volte in questo blog. Di questa splendida giornata, in mezzo a studenti e studentesse e insieme ai e alle loro docenti, mi hanno colpito due aspetti, che vorrei condividere con voi.

In primis, i relatori – ad esclusione di me, naturalmente – erano eterosessuali. Grimoldi ha parlato di sua figlia, lasciandoci entrare nella sua intimità familiare. Conte ci ha confessato di essersi sposato pochi anni fa, dopo trent’anni di convivenza con la sua compagna. Belmonte ha detto: “Mi si chiede perché, da eterosessuale, lotto per i diritti delle persone Lgbt. Non mi piace vivere in un paese che discrimina una parte della società”. Da parte di queste persone, inoltre, sono stati prodotti interventi vibranti a favore delle stepchild adoption, sono stati loro a chiarire dubbi e a denunciare la confusione che regna, nel nostro sistema d’informazione, tra gestazione per altri e “utero in affitto”.

Mi sono sentito, insomma, abbracciato da un pensiero comune e, forse per la prima volta, al di fuori di contesti per me più abituali. È un po’ come le piazze di sabato scorso: hanno dimostrato che in questa lotta noi della gay community abbiamo un alleato non da poco. Quella cittadinanza, fatta anche da professionisti/e e attivisti/e, che ha sposato una causa di civiltà giuridica e democratica. E per questo ringrazio tutti loro.

In secondo luogo: dopo il congedo finale, una delegazione di allievi/e, rappresentanti di istituto in testa, è venuta a salutarci, ringraziandoci per il lavoro svolto. Segno, credo, che qualcosa sia definitivamente cambiato nella percezione del fenomeno proprio a partire dalle generazioni più giovani. E negli occhi di quei ragazzi e di quelle ragazze vedevi gratitudine e bellezza. E anche per questo, non posso fare altro che dire grazie. È importante sapere di non essere soli in questa lotta.

Concludo ricordando che domani, a Roma, si terrà il terzo Family day, manifestazione promossa non tanto per salvaguardare la famiglia (tradizionale o meno), ma per attaccare quelle che non corrispondono alla norma eterosessista, per cui c’è legittimità solo se c’è un padre e una madre con prole. La realtà, invece, è molto più complessa. Perché ci sono tantissime situazioni ordinarie – io per primo provengo da quel tipo di famiglia – ma c’è anche tutto il resto: ragazze madri, famiglie monoparentali, famiglie ricomposte, famiglie arcobaleno, famiglie senza figli, ecc. La piazza del Circo Massimo dice no alla possibilità di una società multiforme e inclusiva. Per quel che mi riguarda, è più bello vivere in un mondo che prevede tutte le varianti. Questo mondo è sceso in piazza il 23 giugno e una scheggia di esso si trovava in quell’aula magna, ieri. Dall’altra parte c’è il grigiore di una solitudine sociale: quella portata avanti da movimenti omofobi, contro una categoria di persone. E se devo essere sincero, mi spiace un po’ per loro.