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Liste d’attesa, 4 milioni di visite ed esami fuori tempo massimo

Tanese (Agenas) assicura: "Miglioriamo". Ma una prestazione urgente su 5 è in ritardo. Puglia la peggiore, Basilicata "virtuosa". L'eccesso di prescrizioni P (120 giorni) anche nel Lazio e in Lombardia. Una ricetta rossa su due si perde in rinunce o finisce al privato. Perché il monitoraggio così non basta
Liste d’attesa, 4 milioni di visite ed esami fuori tempo massimo
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Per una prima visita dal gastroenterologo, a livello nazionale, quest’anno più di un cittadino su quattro ha dovuto aspettare oltre i limiti di legge: i tempi di attesa sono stati rispettati solo nel 73,8% dei casi secondo gli ultimi dati di Agenas per gennaio-settembre 2026, meglio del 71,2% dello stesso periodo del 2025. Il 16,6%, nel 2026, ha atteso il gastroenterologo per almeno 31 giorni quando la prescrizione aveva priorità U (Urgente, cioè tre giorni), dato stabile rispetto al 16,9% del 2025. Anche se poi, in generale, dilagano le prescrizioni in classe P (Programmabile, 120 giorni), sulle quali è più difficile accumulare ritardi. Per le visite sono il 34,9% del totale nei primi nove mesi dell’anno, stabili da un anno all’altro, con punte fin quasi al 90%, quando per tutti i tecnici non dovrebbero superare il 20% trattandosi di prime visite e non di controlli. Per una colonscopia, sempre a livello nazionale, siamo al 69,3% di rispetto dei tempi, cioè quasi una su tre viene fissata in ritardo, ma comunque è un passo avanti – rileva Agenas – dal 62,8% di gennaio-settembre 2025.

Sono solo esempi di come le cose non vadano così bene, perfino in questo monitoraggio benevolo e un po’ carente, sottratto ai primi di agosto al ministero e affidato ad Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che il grande pubblico non sa cosa sia ma controlla i dati della nostra sanità. Ieri è stato presentato il secondo Bollettino e la parola chiave è “miglioramento”. A livello nazionale, per le prime visite specialistiche (il monitoraggio esclude controlli e follow up), i tempi sono stati rispettati nel 78,6% dei casi contro il 76,8% di gennaio-settembre 2025. Per gli esami diagnostici ancora meglio: quelli fissati nei tempi sono l’85%; nel 2025 erano l’83,3%. In valori assoluti poco più di 4 milioni tra visite ed esami, su 21,8 milioni, sono arrivate o arriveranno oltre i tempi massimi di attesa; da gennaio a settembre 2025 erano stati sempre 4 milioni ma su 19,7 milioni.

Naturalmente il quadro regionale è frastagliato. Per le prime visite quattro Regioni superano il 90% di prestazioni garantite nei tempi, con uno spettacolare 99% della piccola Basilicata che supera le Marche (94,7%), il Lazio (92,3%, ma calo) e il Veneto (90,5), mentre altre quattro arrancano sotto il 70%: la Puglia al 55,3%, l’Umbria al 62,7%, la Sardegna al 64,3% (l’unica in calo fra queste) e il Friuli-Venezia Giulia (67,8%). Le rimanenti si barcamenano tra 70 e 89% di tempestività, c’è chi scende e chi sale ma di poco. Per gli esami diagnostici le Regioni virtuose sono addirittura sei: meglio di tutti il Veneto (97%), poi la Campania (95,8%, ma in lieve calo), tallonata però dalla meravigliosa Basilicata (95,1%), quindi Marche (92,5%), ancora il Lazio (90,7%) e la Toscana (90%). Tre le dannate sotto il 70% c’è ancora la Puglia (63,4%) che è nettamente la peggiore, l’Umbria (64,7%) e la Valle d’Aosta (69,7%). Le altre stanno in mezzo, tra 70 e 89%.

Quanto alle priorità, i tempi migliorano per le prescrizioni in classe Urgente (U), Breve (B, 10 giorni), ma comunque una su cinque resta fuori tempo massimo. Restano invece stabili le visite Programmabili (P, 120 giorni) che comunque si attestano all’84,2%. Ma i criteri di attribuzione delle classi di priorità sono diversi da Regione a Regione: ci sono straordinarie punte dell’85,4% di prescrizioni P proprio nella meravigliosa Basilicata, 76,2% in Campania, 73,7% in Molise, 66% Calabria, 53,6 in Puglia, ma anche 52,9% nel Lazio e 52,5% in Lombardia, queste ultime due Regioni, le più importanti, in lieve peggioramento da un anno all’altro. All’opposto Toscana, Piemonte ed Emilia-Romagna sono tutte sotto il 10% di prescrizioni P, quindi la lettura dei dati è complessa. La Basilicata, per dire, fa quasi tutto in classe P, “ma poi in realtà le prestazioni arrivano per lo più tra i 30 e i 60 giorni, non a 120”, ha spiegato il direttore di Agenas, Angelo Tanese.

Il Bollettino dà conto di un aumento significativo dei volumi, cioè del numero di prestazioni erogate sia pure nel ristretto ambito del monitoraggio, che si riferisce solo a 55 prestazioni – 14 gruppi di visite e 22 di esami – su oltre 2.000, ma presto sarà allargato. Nei primi nove mesi del 2026 le prenotazioni complessive sono passate dai 19,7 milioni del 2025 a 21,8 milioni, con un incremento di oltre il 10%. Crescono sia le prime visite specialistiche, da 11,3 a 12,3 milioni (+8,3%), sia gli esami diagnostici, da 8,4 a 9,5 milioni (+13,3%). Sembra comunque un dato di maggiore produttività del Servizio sanitario nazionale, al di là dell’invecchiamento della popolazione e degli eccessi di prescrizioni, che pure ci sono.

Non fa invece cenno, il Bollettino, al tasso di conversione delle prescrizioni, cioè a quante ricette – ricavabili dal sistema Tessera sanitaria – si traducono effettivamente in prestazioni: fino a giugno era il 50,3% per le prime visite, il 54,4% per gli esami diagnostici. È un dato molto significativo: una prescrizione su due si perde tra chi paga i privati e chi rinuncia, ma il dettaglio non c’è. Nel 2024, ultimo dato disponibile, 5,8 milioni di italiani (9,9%) hanno dichiarato, secondo l’Istat, di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, in netta crescita sul 2022 (7%) e sul 2023 (7,6%). Nel 2024 le liste d’attesa erano il motivo della rinuncia per il 6,8% dei cittadini (circa 4 milioni di persone, con un balzo del +51% rispetto all’anno precedente), mentre i problemi economici, anche concorrenti con le liste d’attesa, erano stati indicati dal 5,3% (3,1 milioni di persone, in crescita del 26,1%). Abbiamo chiesto al direttore di Agenas, Angelo Tanese, di fornirci il dato aggiornato e un raffronto con gli anni precedenti, evidentemente in possesso di Agenas, ma ha preferito evitare: “Quel dato ha fattori molteplici, in sede di monitoraggio delle liste d’attesa sarebbe fuorviante”. Vedremo in altre sedi.

Tanese sottolinea “un trend di miglioramento diffuso, segno di un impegno significativo di tutto il Servizio Sanitario sul tema delle liste d’attesa”, riconosce che “conoscere i numeri, seppur necessario, non basta” e promette “con ciascuna Regione un confronto permanente sulle criticità e sulle azioni da intraprendere”. Il direttore di Agenas ha dato conto anche di “visite” dei tecnici di Agenas nelle Regioni, ma sembra un confronto molto soft. In passato aveva parlato di “audit”, più che di veri e propri “controlli”.

Il Bollettino di Agenas è consultabile online, come pure la Piattaforma digitale su cui le Regioni riversano i dati per le prestazioni monitorate. Non ci troverete, però, i dati delle sigole Aziende sanitarie e dei singoli ospedali: solo le medie regionali, certamente utili ma fino a un certo punto perché le differenze infraregionali sono significative e il cittadino avrebbe diritto di sapere come vanno le cose, per quella o quell’altra specialità, attorno a casa sua.

La Piattaforma è prevista dal decreto legge 73 del 2024, approvato dal governo Meloni nei giorni delle Elezioni europee, che porta il nome del ministro Orazio Schillaci. Prima non c’erano neanche dati pubblici aggiornati o presunti tali, per quanto limitati. Questi però sono dati chiusi, già elaborati, spesso percentuali, che si prestano poco alle autonome verifiche di tecnici indipendenti. Bisogna fidarsi delle Regioni, che senza dubbio sono sottofinanziate, non sono tutte uguali, ma come si legge nell’ultima relazione della Corte dei conti, tra il 2022 e il 2025 non hanno speso per le liste d’attesa 300 milioni di euro assegnati per ridurle. E soprattutto, molto spesso, sono organizzate male, a tutto vantaggio dei privati, convenzionati e non.

Il decreto 73/2024 prevedeva anche un Organismo centrale di controllo al ministero della Salute, che però è stato privato della competenza sulle liste d’attesa con il decreto 144 del 7 agosto scorso, con buona pace di Schillaci. Un vero peccato, perché all’inizio del 2025, quando sono arrivati i primi dati regionali, al ministero hanno avuto bisogno di uno staff apposito per depurarli di trucchi e trucchetti che li abbellivano. Uno è chiudere le liste (è vietato ma lo fanno) così non ci sono ritardi, un altro creare preliste e liste dette “di galleggiamento” per spostare la presa in carico un po’ più in là e ridurre fittiziamente i tempi di attesa; alcune Regioni poi giocavano sul rifiuto della prima disponibilità che fa uscire la prestazione dal monitoraggio, molte sul richiamato eccesso di prescrizioni P a 120 giorni. E si potrebbe continuare a lungo. “Ma noi andiamo a braccetto con il ministero”, assicura Tanese.

Il decreto 73/2024 aveva attribuito poteri sostitutivi al ministro, che può dunque intervenire quando le Regioni sono inadempienti, fino a commissariarle. Questi poteri, ai quali si sono opposte le Regioni guidate dal presidente leghista del Friuli-V.G. Massimiliano Fedriga, ci sono ancora, ma sarà molto complicato esercitarli, ammesso che ci sia la volontà politica, perché il monitoraggio e i controlli – declassati ad “audit” – sono stati trasferiti ad Agenas con il decreto 144/2026. L’Agenzia è di fatto controllata dalle Regioni, le stesse Regioni che dovrebbe controllare. La presiede personalmente Fedriga.

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