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Manganelli sul futuro: davvero il problema sono i ragazzi che protestano?

Non è ribellismo romantico ma ricerca di una prospettiva. Perché, di fronte a un grido che attraversa l'Europa, c'è ancora chi scambia una richiesta di futuro per ordine pubblico
Manganelli sul futuro: davvero il problema sono i ragazzi che protestano?
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C’è sempre un momento in cui un Paese si racconta da solo. Non con i discorsi solenni, non con i convegni sulla partecipazione democratica, ma con le immagini che scorrono sui telefoni: studenti che manifestano, cordoni di polizia, cariche, tensioni, piazze trasformate in campi di contrapposizione. È accaduto ancora una volta in Italia. E ogni volta la domanda è la stessa: davvero il problema sono i ragazzi che protestano o il motivo per cui protestano?

Quando gli studenti scendono in piazza, la tentazione del potere è antica quanto il potere stesso: ridurre tutto a una questione di ordine pubblico. È più semplice contare gli agenti che ascoltare le ragioni. Più facile catalogare una protesta come disturbo che interrogarsi sul malessere che la genera. Eppure, dietro quei cortei, c’è una domanda che attraversa l’intera Europa: quale futuro viene consegnato alle nuove generazioni? I giovani europei non sono una generazione distratta o disinteressata, come una certa retorica ama raccontare. Un’indagine Eurobarometro del 2025 mostra che le loro principali preoccupazioni riguardano il costo della vita, la pace e la stabilità globale. Inoltre, quasi quattro giovani su dieci chiedono maggiori investimenti in alloggi accessibili, formazione e sostegno al potere d’acquisto. Non è il programma di qualche frangia estremista. È la fotografia di una generazione che teme di vivere peggio dei propri genitori.

Il dato è ancora più eloquente se si guarda al mercato del lavoro. Nell’Unione Europea il tasso di disoccupazione giovanile resta attorno al 15%, con milioni di under 25 in cerca di un impiego. Dietro la statistica ci sono volti, competenze, aspettative. C’è soprattutto il rischio che l’incertezza diventi una condizione permanente.

In questo contesto, le proteste studentesche non rappresentano una parentesi di agitazione, ma il sintomo di una questione più profonda. Lo studente che manifesta per una scuola più inclusiva, per investimenti nell’istruzione, per la pace o per il clima non sta soltanto avanzando una rivendicazione. Sta chiedendo di essere considerato cittadino del presente e non semplice promessa del domani.

L’Europa, del resto, conosce bene questo fenomeno. Dalla Francia alla Germania, dalla Spagna ai Paesi Bassi, le piazze giovanili sono diventate il luogo in cui si condensano le ansie collettive di una generazione cresciuta tra crisi finanziarie, pandemia, guerre alle porte del continente e aumento del costo della vita. Non è ribellismo romantico. È la ricerca di una prospettiva credibile.

Per questo ogni manganello che colpisce uno studente produce un effetto che va oltre la cronaca. Non perché le forze dell’ordine siano il nemico, ma perché uno Stato democratico dovrebbe sempre considerare la protesta giovanile come una domanda politica prima che un problema di sicurezza. La democrazia non si misura quando tutti sono d’accordo; si misura nella capacità di ascoltare il dissenso senza trasformarlo in un’avversità da contenere. Viene in mente una frase di Don Lorenzo Milani, che conserva una straordinaria attualità: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.” Una società che non ascolta i propri giovani sceglie la seconda strada.

Gli studenti italiani non chiedono privilegi. Chiedono di poter immaginare il proprio futuro senza sentirlo continuamente rinviato. Chiedono una scuola che non sia un parcheggio sociale, un’università accessibile, un lavoro dignitoso, un pianeta abitabile, una pace possibile. Chiedono, in fondo, ciò che ogni generazione ha il diritto di chiedere: una ragione per credere che il domani sarà migliore dell’oggi.

La vera domanda, allora, non è perché gli studenti protestino. La domanda è perché, di fronte a un grido che attraversa l’Europa, ci sia ancora chi scambia una richiesta di futuro per un problema di ordine pubblico. Perché quando i ragazzi scendono in piazza, non stanno occupando la strada. Stanno occupando il vuoto lasciato dalla politica. E quel vuoto, prima o poi, qualcuno dovrà avere il coraggio di colmarlo.

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