Se dopo il poker rifilato all’Udinese gli avessero detto che ci sarebbero stati cinquanta giorni di passione ad attenderlo, Roberto Mancini avrebbe probabilmente ricordato a tutti che si galoppava verso Natale e la quaresima era molto lontana. Il 12 dicembre, in effetti, l’Inter controllava tutti dall’alto, forte di una difesa di ferro e convinta che la qualità del gioco fosse in fase espansiva. Sono invece seguite otto stazioni di una via crucis che ha trasformato una squadra cinica in un collettivo informe, privato delle sue certezze e incapace di costruirne di nuove. In fila, due vittorie in Coppa Italia contro Cagliari e Napoli a parte, l’Inter ha collezionato il successo di Empoli, due pareggi contro Atalanta e Carpi e ben tre sconfitte. Quella contro la Lazio ha aperto il periodo nero, il k.o. contro il Sassuolo ha confermato la consistenza degli scricchioli e la non-prestazione in coppa allo Juventus Stadium, oltre al virtuale addio al trofeo, è valsa come certificazione dello stato (pessimo) delle cose. Qualsiasi sia stato il risultato, aspetto determinante, l’Inter non ha mai brillato esteticamente. Così a due giorni e spiccioli dal derby, i nerazzurri vivono la loro prima profonda crisi. Mai momento fu più sbagliato, perché davanti corrono e anche il terzo posto traballa per la concorrenza della Fiorentina, da affrontare il 14 febbraio in trasferta. La stracittadina diventa quindi un passaggio delicato.

L’Inter ci arriva con almeno un gol subito in cinque delle ultime sette gare. In totale sono 8, ovvero quanti Handanovic ne aveva incassati dalla prima giornata di campionato al match del 20 dicembre contro la Lazio. E va tenuto a mente che quattro erano arrivati nei novanta minuti contro la Viola. Punto primo, quindi: dov’è finito il muro Miranda-Murillo? Alle loro spalle il portierone sloveno ha continuato a togliere le castagne dal fuoco in molte occasioni, vedi il pareggio a Bergamo. Sostanzialmente invariato è anche il rendimento dell’ex Atletico Madrid. Sotto accusa finisce quindi il colombiano suo compagno di reparto. I primi sinistri rumori si erano avvertiti a Napoli, poi ha messo in fila un gennaio da horror: l’intervento no sense da cui nasce il rigore del Sassuolo, l’autorete contro l’Atalanta, il contatto falloso in area contro la Juve, seguito nella ripresa dalla marcatura sul gol di Morata e la seconda ammonizione che ha lasciato i suoi in dieci. Se si aggiungono due terzini (D’Ambrosio e Nagatomo) impalpabili in fase di spinta e mediocri quando devono difendere, il frittatone è già caldo in padella.

Cotto a puntino da una mediana dove Medel e Felipe Melo hanno le stesse caratteristiche, bravi piallatori ma niente di più, Kondogbia con il passare del tempo appare sempre più prigioniero delle sue paure per un ambientamento che tarda ad arrivare e Brozovic non può tenere su la baracca da solo. Nessuno, soprattutto, possiede piedi educati e sa dettare i tempi alla fase offensiva. Ne discendono un baricentro basso, un estenuante giro-palla lento e una manovra che poggia esclusivamente sull’estro di Ljajic, Jovetic e Perisic. Di conseguenza l’Inter diventa prevedibile e vive di fiammate dei singoli, di giocate estemporanee. Quando quei tre saltano l’uomo creando superiorità numerica, tutto torna. Altrimenti sono dolori, per Icardi e per l’Inter. Arriverà Eder, punta anomala capace di coprire un raggio d’azione più ampio del giovane capitano nerazzurro al quale Mancini rimprovera spesso una scarsa partecipazione alla manovra offensiva. Ma gli indizi sul colpevole della crisi portano tutti a centrocampo, il vero buco molto nero e poco azzurro che rischia d’inghiottire i primi quattro mesi della stagione. L’Inter non può permetterselo. Non tanto per la corsa allo scudetto, al quale in estate pensavano solo gli inguaribili ottimisti, quanto per il terzo posto che consentirebbe l’accesso ai preliminari di Champions. Un obiettivo vitale, non più rimandabile sotto l’aspetto economico, che passa in parte per il derby, pesante in chiave mentale.  Mancini si affanna a predicare calma, ma sa bene che nell’ambiente nerazzurro è un vocabolo duro a entrare in testa.