Dall’Abruzzo si cambia rotta sui referendum anti-trivelle, che martedì prossimo approderanno alla Corte Costituzionale. La Giunta regionale abruzzese ha deciso di sfilarsi dal gruppo delle Regioni che andranno avanti con l’opzione della consultazione popolare, nonostante il mandato “referendario” avuto dal Consiglio regionale quattro mesi fa.

Una decisione che scatena la rabbia del coordinamento nazionale No Triv: “Le Regioni che sostengono il referendum sono rimaste in nove. Tutto questo è stato deciso dalla Giunta regionale e il Consiglio non ne era evidentemente al corrente, visto il contenuto dei comunicati diramati da alcuni esponenti di minoranza – sostengono dal comitato -. Si tratta di un atto gravissimo e irresponsabile, dell’ennesimo colpo inferto alla democrazia nel nostro Paese. Non solo il referendum non è più da tempo nella disponibilità di nessuno (se non della Corte Costituzionale), ma avrebbe dovuto essere il Consiglio Regionale a discutere e decidere se deliberare su questo drastico cambio di rotta”. Per i No Triv, “il presidente D’Alfonso e la sua Giunta devono dimettersi immediatamente”. Gli fa eco Maurizio Acerbo, leader abruzzese di Rifondazione: “L’Abruzzo ha rotto di fatto il fronte delle Regioni che si erano coalizzate contro il dilagare delle trivellazioni in mare (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise, ndc). La cosa più grave è che lo abbia fatto non solo nascondendolo alla cittadinanza, ma in maniera illegittima visto che il Consiglio regionale è all’oscuro di tutto”. Aspramente critico anche il senatore abruzzese di Forza Italia Fabrizio Di Stefano: “Una cosa è certa: questa scelta non rappresenta la volontà degli abruzzesi e sicuramente dei consiglieri regionali di Forza Italia, che si faranno sentire per contrastare questa iniziativa che di certo nessuno vuole. E non si dica che la legge di Stabilità ha fermato “Ombrina”: forse è stata bloccata, ma altre trivellazioni, anche più devastanti, possono ancora essere autorizzate”.

Martedì 19 gennaio la Suprema Corte si pronuncerà sul conflitto di attribuzione sollevato dal corteo di regioni che chiedono un controllo di costituzionalità sulle modifiche apportate alla legge di stabilità, a cominciare dal “piano delle aree” (relativo alla ricerca e all’estrazione di idrocarburi), che il Governo ha cancellato ma che i No Triv rivorrebbero. Un quesito referendario, lo ricordiamo, è già stato approvato dalla Cassazione: verte sulla durata delle trivellazioni in mare fino a esaurimento del giacimento.

Ma torniamo in Abruzzo. Se la minoranza rumoreggia, la maggioranza di centrosinistra si compatta attorno a questo pensiero: l’emendamento del governo Renzi alla legge di Stabilità è diventato ufficialmente legge: ripristinando il divieto di trivellazioni per l’estrazione degli idrocarburi in un raggio di dodici miglia marine, ferma l’impianto petrolifero “Ombrina Mare”, che sembrava ormai imminente. E il merito di questo risultato va spartito tra la Regione e le numerose mobilitazioni di questi anni, sempre affollatissime. Insomma, ci sarebbe un tempo della protesta di piazza e un tempo della politica. “Noi abbiamo attivato l’iniziativa referendaria per fermare Ombrina. Risolto il problema, è cessata la materia del contendere – spiega Camillo D’Alessandro, coordinatore della maggioranza nel Consiglio regionale abruzzese -. Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sul quesito restante, ci attiveremo con il governo per estendere e allungare la protezione del mare blu oltre le 12 miglia, e concorrere a risolvere il problema delle isole Tremiti delle regioni limitrofe e dell’intero Adriatico”. “Le tipografie referendarie indietreggiano e avanzano nuove soluzioni normative – afferma il governatore Luciano D’Alfonso -. La lotta politica prenda altre strade se vuole essere solo lotta di testimonianza. Siamo già al lavoro con il nostro cantiere plurale e soprattutto non ideologico”.