Quando si dice uscire di scena da vera rockstar. Lasciare il segno anche nel momento dell’addio. Anzi, fare del proprio addio opera d’arte, scrivere un testamento e innalzarlo al livello del sublime. Uscire di scena lasciando la platea a bocca aperta, gli occhi gonfi di lacrime, pronti a esplodere, e non può essere altrimenti, in un lungo, interminabile applauso.

Domenica è morto David Bowie.

Aveva compiuto 69 anni l’8 gennaio, venerdì scorso, data di pubblicazione del suo ultimo album Blackstar che ce lo regalava in forma smagliante. Apparentemente. La notizia lascia nello sconforto tutti. Il mondo dello spettacolo. Il mondo dei suoi fan. Il mondo. Probabilmente anche qualche altro mondo parallelo, quelli in cui vivono gli alieni, così cari al suo immaginario.

David Bowie è morto.

E prima di uscire di scena ci ha regalato il più struggente degli addii, Blackstar. Ne avevamo parlato negli ultimi giorni del 2015, già prevedendo un posto di rilievo nelle classiche classifiche di fine anno, perché che fosse un album importante era chiaro a tutti, anche ai tanti che, colti da questo nuovo raptus di voler apparire per forza bastian contrari, lo avevano liquidato come un lavoro non all’altezza delle innovazioni cui Bowie ci aveva abituato nel passato. Errore grave, ma perdonabile, questo giudizio sommario.

David Bowie è morto.

Già due anni fa, anni all’uscita del singolo Where are we now, accompagnato da un video malinconico, struggente, in molti avevano parlato di brano testamento, di un Bowie malato, in procinto di morire, ma poi la notizia era stata superata dalla vita, l’album che includeva il singolo era apparso meno malinconico dell’eponimo, il Duca Bianco era sopravvissuto a quelle voci e la recente uscita prima del monstre Blackstar, singolo di dieci minuti accompagnato da un video immaginifico, crepuscolare, e poi dell’album omonimo aveva messo a tacere tutte le voci. Cioè, a ben vedere, anche stavolta sembrava che il lavoro fosse carico di indizi riguardo una futura dipartita, per altro comprensibili in un uomo che ha sicuramente meno anni di vivere rispetto agli anni già vissuti, ma la potenza sonora e visiva di Blackstar, il singolo e l’album, e di Lazarus, altro singolo, lasciavano intravedere troppo stato di grazia per lasciar intendere una uscita di scena così imminente.

David Bowie è morto.

In realtà Bowie era malato da tempo di cancro, e la notizia data dagli account ufficiali dell’artista e confermata dal figlio Duncan su Twitter, non lascia spazio ad appelli. David Bowie è morto e sapeva di essere sul punto di morire. Quindi Blackstar è quel che sembra, un testamento in musica. La sua uscita di scena da rockstar. Colpo di teatro che riesce a pochi, come del resto a pochi, forse a nessuno, è successo di essere in vita così capace di occupare la scena per così tante decadi, di lasciare segni indelebili sull’immaginario sonoro e visivo di così tante generazioni, di lasciare eredità già ben visibili in artisti già noti e, c’è da scommetterci, in quelli futuri.

Artista capace di reinventarsi decine di volte, dal glam alla musica industrial, dal rock al pop, dalla dance alla sperimentazione new jazz dell’ultimo lavoro, passando per mille maschere, Ziggy Stardust su tutte, con esperienze anche nel mondo del cinema, come non ricordarlo in L’uomo che cadde sulla terra?, Bowie è stato una delle massime espressioni del rock e della musica del secondo Novecento e dei primi anni di questo nuovo millennio.

Dover riassumere in poche righe quel che David Bowie è stato per la musica è impossibile. Troppe facce, troppi cambiamenti, troppe strade aperte in prima persona, troppe strade percorse in compagnia di giganti. Divenuto famoso in tutto il mondo nel 1972, all’epoca di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Bowie si era già messo in luce in patria sul volgere degli anni Sessanta, artefice di un rock dalle venature folk (come non ricordare Space Oddity, del 1969?).  Folk che abbandonerà, momentaneamente, nei primi anni Settanta, periodo in cui comincia a innamorarsi dei suoni più duri che avrebbero caratterizzato a più riprese la sua carriera. È così la volta di The Man Who Sold the World, che vede la presenza massiccia di uno dei suoi musicisti feticcio, Mick Ronson alla chitarra. Con la maschera di Ziggy Stardust Bowie conquista il mondo, e il successo continua coi successivi Alladin Sane (l’album la cui copertina è stata ripresa da Lady Gaga al suo esordio, tanto per iniziare a dare qualche nome di artisti fortemente influenzati dal nostro) e Pin Ups (album di cover), lavori in cui la componente glam è assai presente.

Nel mentre il Duca Bianco si è trasferito in USA e la sua vita è un concentrato di eccessi, tra droghe e relazioni amorose quantomeno articolate. Comincia la collaborazione con Lou Reed, sopravvissuto ai Velvet Underground, e in seguito ci sarà un’altra importante collaborazione con Iggy Pop, a sua volta sopravvissuto agli Stooges. Esce Diamond dogs, ennesimo cambio di pelle che avrà il suo compimento definitivo in Young Americans, dove la black music ha preso il posto del rock. Folk. Rock. Glam. Soul. Questo solo per fermarci ai primi anni Settanta. Perché poi arriva la famosa trilogia di Berlino, registrata tra il 1976 e il 1979, pietra d’angolo del rock mondiale, e L’uomo che cadde sulla terra, film di Nicolas Roeg che lo vede protagonista.

Così, tra la produzione di The Idiot di Iggy Pop, e la pubblicazione di Low, Heroes e Lodgers, prodotti in compagnia di un quantomai illuminato Brian Eno, Bowie diventa sempre più rockstar planetaria, rilasciando dichiarazioni scandalose, e influenzando con il suo estro musicale la cultura occidentale. Ruolo di apripista, questo, che Bowie conserverà in quasi tutta la sua carriera. Con queste continue deviazioni sul percorso, che in realtà diventa una sorta di gimcana, mai uguale a se stessa, mai prevedibile, sempre meravigliosa. Perché se con la trilogia Bowie aprirà in qualche modo la stagione della New Wave, ci saranno gli anni Ottanta, iniziati alla grande con Ashes to ashes, in compagnia di Fripp, Tom Verlaine e Pete Townsend, proseguiti con Under Pressure, al fianco dei Queen, e col film Christina F., noi ragazzi dello zoo di Berlino, e poi divenuti imprevedibili, con la svolta dance di Let’s dance, Modern Love e China Girl, in compagnia di Nile Rodgers degli Chic, e Tonight, con Tina Turner.

Gli anni Novanta iniziano invece con un ritorno a suoni spigolosi, duri, con i Tin Machine, band che lo vede affiancato dai Reeves Gabrels e dai fratelli Tony e Hunt Sales. Tre album ruvidi, come a cancellare la svolta pop del decennio precedente. Poi arriva l’elettronica, ancora una nuova faccia, una nuova pelle, strade da aprire, da percorrere. Si parte con Black Tie White Noise, con forti influenze black e hip-hop. Poi c’è ancora una volta una collaborazione con Brian Eno, al suo fianco in 1-Outside, suo capolavoro in questa decade. Qui il nostro veste i panni di Nathan Adler, un bizzarro detective. L’album apre a suoni industrial, che troveranno la loro apoteosi nel successivo Earthling, tra industrial e drum’n bass, trainato al successo dal singolo Little Wonder e da I’m Afraid of Americans. Questo ultimo brano lo vede collaborare con uno dei campioni del genere noise, Trent Reznor dei Nine Inch Nails, band che Bowie deve molto.

La decade si chiude con ..hours, lanciato dalla hit Thursday’s Child, molto malinconica, e suo ritorno a sonorità più pop-rock. Gli anni zero lo vedono parco, iniziano con Hreathen e Reality, poi più niente, se non sporadiche collaborazioni. E notizie che si rincorrono. Bowie è a Berlino con Brian Eno. Bowie sta male. Bowie non farà più live perché malato di cuore. Quest’ultima si rivelerà la sola notizia vera. Perché, di fatto, il suo ultimo Tour live sarà quello del 2003, il Reality Tour.

Poi il vuoto. Un vuoto incolmabile, perché Bowie, da che esiste, ha sempre indicato la via. Come succede alle rockstar, che per loro statuto rompono i canoni e ne scrivono di nuovi. Ogni tanto compariva qualche sua foto, invecchiato, a New York, dove viveva con la moglie Imam. Un uomo in giro per il parco con la beccaccia, cosa che non aveva mancato di dar vita a ironie sul suo declino. Poi nel 2013, senza preavviso, Where Are We Now, e il successivo The Next Day. Una botta, perché sembrava un testamento. Ma una botta di vita, di ottima musica. Certo, nulla che indicasse nuove sperimentazioni, nuove strade percorse dal Duca Bianco, e quindi, da percorrere per gli altri. Due anni dopo Blackstar, di cui si è parlato qui. Poi, oggi, la notizia, sconvolgente.

David Bowie è morto.

Douglas Coupland, nel libro, La vita dopo Dio, racconta di ricordare perfettamente dove si trovava quando ha saputo, dall’autoradio, della notizia della morte di Kurt Cobain, nel 1994. Anche chi scrive queste parole si trovava in auto quando ha saputo della morte di David Bowie, e stava anche ascoltando Lazarus, il suo ultimo, a questo punto definitivamente, bellissimo singolo. La notizia ci coglie impreparati. Non perché Bowie fosse giovane, come il Cobain raccontato da Coupland, ma perché la morte di un artista, giovane o vecchio che sia, è sempre una perdita enorme per il genere umano. Oggi il mondo diventa un posto più povero. La musica rimane, certo, ma non ci saranno nuove creazioni, e di questo dobbiamo piangere tutti.