Questo 2015 non poteva chiudersi, musicalmente parlando, in un modo migliore, con il preascolto del nuovo album di David Bowie, Blackstar. Che non si trattasse di un album tirato fuori tanto per dimostrarsi ancora sul mercato lo si era abbondantemente capito dall’ascolto dell’omonimo singolo, una scottwalkeriana ballad di dieci minuti, accompagnata da un visionarissimo video, che ci regalava un artista in stato di grazia, del tutto disinteressato a fare sconti alla cassa, o a ingraziarsi l’ascoltatore disattento con una canzone radiofonica, pronta per essere replicat al karaoke o in un talent, sempre che esistano differenze tra i due contesti.

L’album, la cui uscita viene indicata per l’8 gennaio, data in cui Bowie compie gli anni, esattamente due anni dopo l’improvvisa uscita di Where are we now, suo ritorno sulla traccia dopo dieci anni, si dimostra un gioiello. Un vero regalo, fatto dal festeggiato ai suoi fan. E la parola fan, stavolta, non viene usata gratis, dal momento che l’ascolto delle sette tracce del disco, tra le quali la stessa Blackstar, il nuovo singolo Lazarus, e due brani precedentemente editi nella raccolta Nothing has changed, Sue (or in a season of crime) e Tip a Pity She Was a Whore, non risulta esattamente una passeggiata.

Non dobbiamo forse parlare di album ostico o ostile, dal momento che stiamo discutendo di un lavoro del Duca Bianco, mica dei The Kolors, ma sicuramente di qualcosa di complicato da recepire, con la mente, di più facilmente recepibile col cuore e del tutto recepibile con la pancia. Prodotto anche questa volta dal sodale Tony Visconti, Blackstar su avvale della magia di un manipolo di grandi musicisti avant-jazz. Su tutti il sassofonista americano Donny McCaslin e il chitarrista Ben Monder, col basso di Tim Lefebvre e le tastiere di Jason Lindner. Discorso a parte merita il batterista Mark Guiliana, un jazzista che si nutre di elettronica, e si sente. Qua e la suona le percussioni James Murphy aka LCD Soundsystem, alla faccia del jazz. Una band incredibile, che tira fuori suoni che fanno apparire gli altri roba antica, tristemente terrestre, senza vita.

Le canzoni, quindi. Di Blackstar si è detto, e di Lazarus non si può che dire bene, brano che incede in maniera decisamente bowieana, con una voce e un sax, strumento che in Blackstar la fa da padrone, davvero memorabili. Gli aggettivi che si spendono per brani del genere, solitamente, sono: ipnotico, spaziale, visionario. Tutti ben spesi. A questo brano, in qualche modo, fanno da controcanto i due precedentemente editi, Sue (or in a season of crime) e Tip a Pity She Was a Whore. Qui l’aggettivo da spendere sicuramente e’ duro, tagliente, elettrico. La presenza in lineup di una band di matrice jazz si sente, nei ritmi come nelle svisate, per non dire del sax, Dio mio che sax. Beh, chiaro, il sax ricorre frequente nella discografia bowiana, ma stavolta torna protagonista, al pari di una voce oscura e intensa, unica. E’ invece il basso a dominare Girl Loves Me, in buona compagnia della grande batteria di Guiliana e di una sezione archi capace di levare letteralmente la pelle all’ascoltatore. Piccola chicca, il testo, incomprensibile o quasi, e’ stato scritto da Bowie usando il Nadsat, lingua inventata dallo scrittore Anthony Burgess per il suo romanzo Un’arancia a orologeria, poi divenuto Arancia meccanica sotto le mani sapienti di Stanley Kubrick.

Se si può parlare di normalità in un disco come questo, il compito tocca a Dollar Days, ballad malinconica e ossessiva che in effetti, nella meraviglia che la circonda, appare appena un po’ più normale. Anche qui il sax di McCaslin gioca un ruolo fondamentale, così come la chitarra di Ben Monder. Chitarra che giganteggia nei sei minuti slabbrati e devastanti di I Can’t Keep Everything Away brano che ridà un senso alla parola “epico”, con assoli alla sei corde che si rincorrono e una armonica che apre porte che non sapevamo di avere. Blackstar suona proprio come deve suonare un album del 2016. Ma forse anche uno del 2015. E del 2014. Bowie c’è, come Dio in certi cartelli lungo l’autostrada, e come Dio ci infonde dolori e speranze, o semplicemente si limita a guardarci vivere giocando con un assolo di sax.