Dio stramaledica il paese reale! Sì, forse è una reazione un po’ troppo melodrammatica e snob, ma i dati Auditel della prima puntata di Don Matteo 10 (in onda ieri sera su RaiUno) non lasciano spazio ad altro tipo di approccio al “problema”: 9.677.000 spettatori per il primo episodio (33,87% di share) e 8.657.00 (37,44%) per il secondo, per un netto di 9,2 milioni (35,4% di share).

Roba da mondiali di calcio o da Festival di Sanremo, roba che ormai non siamo più abituati a vedere, vista la disintegrazione del panorama televisivo e l’affollamento di canali free e pay su digitale terrestre e satellite. Ma gli oltre nove milioni conquistati da Terence Hill e dalle sue indagini in tonaca sono un fatto e non c’è niente che noi possiamo fare a tal riguardo, se non stramaledire il paese reale, appunto, e cercare di capire (fallendo miseramente) il perché di un successo di tale portata.

Don Matteo è una delle fiction italiane più amate della storia della televisione, e già negli anni scorsi si sono versati fiumi di inchiostro per cercare di comprenderne il trionfo. Secondo molti, nella fiction con Terence Hill e Nino Frassica ci sono le due “divise” che gli italiani amano di più: quella del carabiniere e quella del prete. Spiegazione un po’ semplicistica, che puzza di anni Cinquanta più di una trasmissione di Paolo Limiti, ma che da un certo punto di vista riesce a inquadrare i gusti televisivi degli italiani, o almeno degli italiani che guardano la televisione. O, meglio ancora, degli italiani che guardano la televisione generalista.

Accanirsi contro don Matteo può sembrare uno sterile esercizio di snobismo televisivo, fine a se stesso e che non riesce a mettersi in sintonia con i gusti del pubblico. Pazienza, però, però a forza di assecondare i gusti del pubblico, in Italia abbiamo dato spazio a fenomeni di infima qualità in ogni ambito della nostra vita quotidiana. Dalla televisione alla politica, dalla musica al cinema, passando per la “letteratura” (le virgolette sono d’obbligo), è sempre il solito trionfo della mediocrità, di prodotti culturali confezionati al solo scopo di fare cassa, senza un briciolo di qualità o di sperimentazione.

Don Matteo è una fiction onesta, intendiamoci. Non prova neanche lontanamente a creare un nuovo pubblico, o persino a educarlo. Vuole vincere facile, sa che RaiUno è quella cosa lì da decenni e sfrutta la scia lunga della mediocrità genetica del pubblico italiano. Arrivati a questo punto, urge una precisazione su una prevedibile obiezione del lettore più precisino: “E Checco Zalone, allora? Anche lui sfrutta questa caratteristica italica?”.

Sì e no. Sì, perché chi sta riempiendo i cinema in questi giorni spesso è lo stesso tipo di pubblico, un pubblico che non capisce che Zalone, dietro l’apparenza mediocre, è tutt’altro che quello. No, perché Zalone, appunto, fa l’esatto opposto rispetto a Don Matteo: attraverso un linguaggio basso e all’apparenza volgarotto, sperimenta più di tanti filmetti d’autore che ciucciano soldi pubblici e incassano quanto un libro di poesie di Sandro Bondi. Parentesi zaloniana chiusa, perché qui c’è da disperarsi di fronte al trionfo di un prete-investigatore in terra umbra.

Don Matteo è l’Italia. L’Italia è Don Matteo. Le chiacchiere stanno a zero e forse sarebbe il caso di prendere atto di questo incontrovertibile e sconfortante dato di fatto. È la stessa Italia che ha fatto trionfare Il Volo all’ultimo Sanremo. È l’Italia che guarda la Ghigliottina dell’Eredità prima del Tg1. È l’Italia che legge i libri di Fabio Volo. È l’Italia che condivide gattini e banalissime frasi stracciapalle su Facebook. È l’Italia. E punto.

Ma questo lo sapevamo da tempo, anche se a volte abbiamo voluto credere che non fosse così. Quello che resta da fare è decidere se ci accontentiamo di questa Italia, di questo pubblico televisivo, di questo letargo culturale (e si parla di cultura “alta” e “bassa”, perché la solfa è sempre quella), o se invece vogliamo provare a “educare” un nuovo pubblico, a stimolare nuovi bisogni di consumo culturale e televisivo. “Ma per quello c’è Sky!”, risponderanno in coro i nostri skillatissimi lettori. Sì, c’è Sky. Così come c’è Netflix. E che Dio li benedica sempre. Ma voi non siete stufi di dovervi affidare sempre e comunque a queste realtà private e a pagamento per godervi un minimo di qualità televisiva?

Da tempo ci raccontiamo che la tv generalista è morta o quantomeno in fin di vita. Per molti versi è così, ma poi arriva Terence Hill in tonaca, che recita sempre allo stesso modo, con quell’unica espressione che Dio gli ha donato (fateci caso: momento drammatico o brillante, stessa intonazione della voce) e riporta in vita il cadavere in avanzato stato di decomposizione. Il giorno dopo i padroni del vapore televisivo rialzano la testolina, aprono la ruota del pavone, si beano dei risultati clamorosi, diffondono urbi et orbi proclami trionfalistici. Arrivano persino a elogiare la fiction di qualità. Ed è lì che scatta la voglia di ribellarsi al paese reale, alla maggioranza purtroppo troppo poco silenziosa: no, non è qualità.

No, non è buona tv. È Xanax che si fa fiction. È Lexotan a litri che scorre nelle vene dei telespettatori italiani. Dice: saranno liberi di guardare quello che vogliono? Sì, per Dio. Certo che sì. Ma noi saremo liberi di dire che questo stramaledetto paese reale non ci piace e che sogniamo una televisione generalista diversa, che non segua sempre e soltanto la facile scia del gusto comune ma che osi un po’ di più? Sì che lo siamo. È un esercizio inutile, snob e anche fastidioso. Ne siamo coscienti. Ma anche se fossimo gli unici a pensarlo in questo modo, non ci arrenderemmo mai di fronte al trionfo del prete in bicicletta, bonario e pacato, che risolve casi di cronaca nera con la facilità con cui sgrana il Rosario. Noi stiamo sulle barricate contro Don Matteo e, più in generale, contro la tv benzodiazepina che trionfa perché rilassa, stordisce, addormenta, non perché è di qualità.