La galleria fotografica del tailleur blu elettrico di Maria Elena Boschi mentre firma il giuramento al governo: è il 2014. Oscar Luigi Scalfaro che nel 1950 inveisce contro Edith Mingoni per la scollatura. Le partigiane accolte a festa nel 1943 perché così qualcuno “rammenda i pantaloni”. I leghisti che gridano contro la deputata Pd Lucia Condorelli: “Ma vai a farti scopare” (2011). Silvio Berlusconi che definisce “più bella che intelligente” Rosy Bindi (2009). Beppe Grillo che se la prende con il punto g della consigliera Federica Salsi colpevole di essere andata in tv (2012). Cambia la scena, ma in fondo non cambia un bel niente. Et voilà, che le chiamino onorevoli o portavoce, che siano di destra-sinistra-centro o di nessuno schieramento, le donne in politica da anni si trovano a combattere con gli stereotipi. Sempre gli stessi a ripetizione. A raccontarli, metterli in fila e catalogarli per non dimenticare è il giornalista Filippo Maria Battaglia nel libro “Stai zitta e va’ in cucina” (edizione Bollati Boringhieri). La chiama “breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo”, ma finisce per essere uno scoraggiante e lungo elenco di comportamenti uguali a se stessi che quasi fossilizzati attraversano le epoche. Il finale è a lieto fine, o almeno lascia aperto uno spiraglio nella palude di un mondo femminile che sembra condannato ai fornelli: i numeri delle elette ai posti di comando (in crescita) e le under 18 che, secondo l’Istat, si informano come i loro coetanei. Sembra poco, ma visto il panorama è già un inizio.

Ciò che conta non è tanto il numero di donne che vengono elette, ma chi va a occupare i posti di responsabilità. Tanto per farci un’idea: la prima sottosegretaria arriva nel 1951 (Angela Maria Cingolani) e la prima ministra solo nel 1976 (Tina Anselmi). Otto in tutto le donne che dalla nascita della Repubblica hanno ricoperto ruoli chiave: 3 presidenti della Camera (Iotti, Pivetti e Boldrni); cinque scelte per i ministeri più rilevanti (Esteri: Agnelli, Bonino e Mogherini; Interni: Iervolino e Cancellieri). Solo 3 le senatrici a vita: Ravera, Montalcini, Cattaneo. Il Quirinale e la presidenza del Consiglio naturalmente neanche a parlarne: restano un sogno lontano. E non per niente l’Italia, in quanto a parità di genere, è 37esima dopo Bangladesh e Mozambico. I governi Letta e Renzi si sono distinti per avere percentuali più alte di donne (rispettivamente 31 e 47 per cento), ma ancora queste ricoprono pochi posti di responsabilità.

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Del resto la storia di discriminazioni comincia da lontano e l’album dei ricordi della politica italiana continua a riempirsi di aneddoti. Battaglia parte il percorso di ricerca dalle partigiane che raggiungono le brigate sulle montagne nel 1943. “Meno male che sei arrivata, guarda come sono strappati i miei pantaloni”, dicono i compagni a Olga Prati. Ma che si parli di Carla Capponi, Tersilia Fenoglio o Elsa Oliva, la dinamica è sempre la stessa. Faranno molto altro che cucire, ma a fatica riusciranno a diventare commissario: su 250mila combattenti un settimo (35mila) sono donne, ma solo poco più dell’1 per cento ricoprirà quel ruolo.

Con la nascita della Repubblica arriva il suffragio universale, ma come nota Battaglia, ha il sapore di una concessione paternalistica. L’Avanti scrive: “La donna non va allontanata dalla casa che è il suo regno”. Alcide De Gasperi: “Abbiamo bisogno di voi come spose e madri”. Poi certo anche come elettrici, ma la cosa è da subito secondaria. Del resto la stessa Costituzione viene scritta da mani maschili: sui 556 deputati della costituente solo 21 (poco meno del 4 per cento) sono donne. In quelle settimane si fanno le prime prove di campagna elettorale e già il punto centrale è il canone estetico. E’ un funzionario comunista a dire a Marisa Rodano: “Hai molti figli, sei grassa e hai i capelli lunghi: una dirigente delle donne deve essere così”.

Poi c’è l’entrata in Parlamento e quella frase che sempre uguale si ripresenta, oggi come allora: “Con chi sei stata a letto per guadagnarti quel posto?”. Lo raccontava Teresa Mattei nel 1946, ma nel 2015 la questione è ancora attuale. Tra le costanti: l’aspetto fisico. I giornali si scandalizzano per il coiffeur gratis per le parlamentari, ma si dimenticano che lo stesso privilegio vale per gli eletti uomini. In generale a preoccupare è l’abbigliamento: così negli anni ’80 Fanfani fa un regolamento sui canoni di sobrietà per le parlamentari e le funzionarie, ma quarant’anni dopo fanno ancora discutere le mise di Mara Carfagna o i tacchi di Daniela Santanché.

La bellezza diventa una “categoria politica” nella seconda Repubblica. Gli esempi si sprecano: tra le vittime più famose c’è Rosy Bindi. Storace nel 2005 dice che “non è nemmeno una donna”, Cossiga nel 2008 la definisce “brutta, cattiva e cretina”, Grillo nel 2012 nota che di “problemi di convivenza con il vero amore non ne ha mai avuti”. Chiude la serie la tristemente nota battuta di Berlusconi. Ma quella dell’ex Cavaliere è solo la prima di tante: “Io voglio colleghe carine e anche brave in Parlamento”. Come a dire che “brave” se proprio necessario. Senza dimenticare la frase alla precaria: “Le suggerisco di sposare uno dei miei figli”. O quando scrive alle parlamentari De Girolamo e Gianmanco: “Se avete appuntamenti eleganti potete anche non restare in Aula”. Grillo in questo non inventa nulla e tra le altre cose chiama le quattro capoliste Pd alle Europee nel 2014 “veline“.

Degenerazione naturale di un tale clima sono gli insulti sessisti. Le sacre aule del Parlamento hanno sentito negli anni parole che nemmeno nelle peggiori bettole. L’allora deputato Vittorio Sgarbi nel 1994 si rivolge a Tiziana Parenti dicendo “sei una mezza troia”. A Maura Cossutta i colleghi di An dicono “taci troia” mentre si discute il lodo Schifani. Il Pd all’allora Pdl: “In lista sciampiste e letteronze”. Grillo resta al passo: “Boldrini oggetto di arredamento del potere”. O il deputato M5S Massimo De Rosa alle colleghe dem: “Siete qui solo perché brave a fare pompini”. Giuditta Pini si indigna: “Ho male alla mascella”. La lista è in continuo aggiornamento e non accenna a finire. Del resto non ci sarebbe neppure bisogno di tirare in ballo la mignottocrazia di Berlusconi, se si pensa che la stessa Nilde Iotti, prima e stimata presidente della Camera donna, per anni è stata considerata solo e soltanto come l’amante del capo (Togliatti).