Era stato definito “asservito” a Mafia Capitale. Corrotto. Prima indagato, poi arrestato, in carcere. Era “al servizio di Buzzi“. Lo dicevano i giornali perché lo dicevano i magistrati, i pm, il giudice per le indagini preliminari che aveva firmato l’ordinanza. Era assessore alla Casa, in quota Pd, nella giunta già moribonda di Ignazio Marino. Si dimise quando seppe che era indagato per corruzione asservimento della funzione. Poi fu tradotto in carcere. Dopo 6 mesi di arresti – prima in cella e poi ai domiciliari – Daniele Ozzimo torna libero, per decisione del gup Alessandra Boffi. E almeno in parte la sua storia cambia colore. Il motivo sta in un errore di trascrizione di un’intercettazione. Banale quanto decisivo. Era una telefonata di Salvatore Buzzi, uno dei perni dell’inchiesta su Mafia Capitale. Secondo gli investigatori, in un’intercettazione del 29 luglio 2014, Buzzi quaveva detto: “Gli unici seri lì che pigliano soldi so’ Ozzimo…”. E invece era il contrario, perché nella trascrizione mancava una lettera, la enne. “Gli unici seri lì che ‘n pigliano soldi so’ Ozzimo…”. Non prendono i soldi. Una lettera che cambia completamente il significato.

La conversazione era riportata nell’ordinanza di custodia cautelare alla base della seconda tranche di arresti che coinvolse anche l’ex assessore. I suoi legali, Daniele Leva e Luca Petrucci, hanno quindi chiesto il riascolto in aula e i pm Cascini, Ielo e Tescaroli hanno deciso di sollevarlo da questa accusa specifica. Anche perché in un interrogatorio del 26 giugno 2015, Buzzi dichiarò una frase opposta rispetto alla trascrizione in cui era contenuto l’errore.

Ozzimo torna quindi in libertà ma rimane comunque coinvolto in uno dei filoni del processo con altre accuse. Nei sui confronti la Procura ha chiesto la condanna a due anni e due mesi di reclusione per l’accusa di atti contrari ai doveri d’ufficio. Il 7 gennaio prossimo è attesa la sentenza nel processo in cui ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato.

43 anni, esponente democratico dimessosi da assessore alla Casa a dicembre perché indagato nell’inchiesta della direzione antimafia di Roma. E’ l’ex marito della deputata Pd e ora responsabile Welfare nella segreteria del partito Micaela Campana. Nelle intercettazioni Buzzi dice:  “… Mo se me compro la Campana.. se me compro la Campana”. Ma non solo: nelle carte dell’inchiesta spunta anche una serie di sms tra la parlamentare e il manager delle coop. “Parlato con segretario ministro – scrive in un sms a Buzzi – Mi ha buttato giù due righe per evitare il fatto che mi bloccano l’interrogazione perche non c’e ancora procedimento. Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”. Campana non è indagata.