Giornali e politica. Destra e sinistra. Serviva tutto perché gli affari del “Mondo di mezzo” producessero ricavi. Si chiedeva aiuto al Tempo, il quotidiano della destra romana. E ai deputati del Pd di Roma, Micaela Campana e Umberto Marroni. “Gli amici miei”, li definisce Buzzi, “l’imprenditore” della banda. E’ la carta d’identità del “mondo di mezzo” ed è stato già raccontato. Ma c’è una circostanza che fa quasi da manuale d’istruzione per capire come si muoveva la macchina di mafia capitale. Riguarda l’appalto bandito dalla prefettura di Roma all’inizio del 2013 per la gestione dei servizi al Centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, fuori Roma. La gara viene vinta dal consorzio Eriches 29, una delle società di Salvatore Buzzi, ma l’azienda uscente (la francese Gepsa) e un’altra concorrente (la Auxilium) fanno ricorso al Tar del Lazio che sospende l’aggiudicazione. Nei giorni subito precedenti alla pronuncia del tribunale amministrativo si mette in moto il meccanismo che parte, innanzitutto, da quella che i carabinieri chiamano “campagna mediatica favorevole”. Un meccanismo che ha le movenze del pendolo: sinistra, destra, sinistra. Chiunque può fare al caso. Un articolo di giornale (ne verranno pubblicati più d’uno). Un’interrogazione parlamentare (che sarà preparata ma non sarà presentata).

Le informazioni? Fornite da un ex viceprefetto e ex assessore
E Buzzi, insieme a Massimo Carminati, si mettono in azione grazie alle informazioni che – secondo gli investigatori del Ros – ricevono da un’ex assessore della Regione Lazio, Paola Varvazzo, un ex vice prefetto. Il presidente Nicola Zingaretti – nella giunta “più rosa d’Italia” – le aveva affidato la delega al Sociale. Ma la Varvazzo restò assessore per due settimane: suo marito – funzionario delle Dogane – era indagato per concussione e così fece un passo indietro. Che ruolo ha avuto la Varvazzo, secondo i carabinieri che indagano su Mafia capitale? Ha fornito i documenti necessari per poter far dire a Buzzi che nel Tar che aveva sospeso la gara d’appalto del centro per richiedenti asilo c’era un giudice in conflitto d’interessi. La società che faceva manutenzione nella stessa struttura, la Proeti Srl che era al 33% dello stesso magistrato, Linda Sandulli, e al 46% del marito.

Il pronunciamento nel merito del tribunale amministrativo è in programma il 13 marzo 2014. Il giorno prima sul Tempo esce un articolo: “Centro rifugiati bloccato dai francesci. Palla al Tar”. Di primo mattina Buzzi scrive un sms alla Varvazzo: “Un bel buongiorno, grande articolo sul Tempo“. La Varvazzo risponde: “Vuoi fare uscire un nuovo articolo di rinforzo?”. Ma soprattutto Buzzi deve ringraziare l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno: “Buongiorno Gianni, è uscito un ottimo articolo su il Tempo ringrazia per noi il direttore e ancora grazie per la tua disponibilità. Un abbraccio”. Alemanno risponde: “Un abbraccio”. Secondo la ricostruzione del Ros Alemanno e Buzzi avevano incontrato il direttore del Tempo Gianmarco Chiocci alcuni giorni prima, il 7 marzo. “E’ andata benissimo – scrive in un sms Buzzi alla moglie Alessandra Garrone, anche lei tra gli arrestati – Mi ha accompagnato Alemanno e ha perorato la nostra causa”.

Gli incontri di Buzzi e Carminati con il direttore del “Tempo”
Dunque esce l’articolo del 12 marzo. E quel giorno stesso è la stessa Varvazzo a chiedere un incontro urgente a Buzzi: pare essere quasi entusiasta, la definisce “una bomba“. La bomba è il conflitto d’interessi del giudice Sandulli, nella doppia funzione di controllore e controllato. Una storia che anche il Fatto Quotidiano, il 19 aprile 2014, racconterà: in sostanza Sandulli, insieme al marito, Salvatore Napoleoni, detiene l’80% della Proeti srl, società che prende appalti dalla prefettura di Roma, ed è nello stesso tempo presidente della sezione del Tar del Lazio chiamata proprio a giudicare sulla regolarità di quegli appalti.

Torniamo al 12 marzo. Buzzi, contagiato dall’euforia, in una telefonata lo ripete: “E’ ‘na bomba, io sto a fa’ un breve comunicato e sto a anda’ de corsa dal direttore del Tempo“. Nel comunicato Buzzi avrà la forza di poter scrivere questo: “Siamo fiduciosi che il Consiglio di Stato possa a breve ripristinare legalità e diritto”. “E poi vado pure da Pignatone – spara Buzzi in un’intercettazione – Ci dico: ‘A’ caro Pignatone, guarda qui i tuoi amici giudici che fanno'”. Ma prima di Pignatone – con il quale avrà a che fare sì, ma da arrestato – Buzzi va appunto dal direttore del Tempo. Chiocci, contattato dal Fatto, ha spiegato di essere rimasto “persino stupito: me l’ha presentato Alemanno e lui si è presentato con i documenti e una notizia, quindi ci abbiamo lavorato; ho girato le informazioni a una mia collega che ha iniziato a seguire la vicenda, niente di più e niente di meno”. Ma anche Carminati – in modo molto più cauto – vede Chiocci, secondo il Ros. L’incontro – spiegano nella loro informativa – avviene il 14 marzo nello studio di un avvocato, Ippolita Naso che – spiegano gli investigatori – rimarrà durante la permanenza del direttore del giornale sulla soglia dell’ingresso dello stabile, forse per capire se stesse arrivando qualcuno. Tuttavia l’intervento dell’ex Nar per gli inquirenti non è banale: Carminati non è lì per sostituire Buzzi, è lì – per i carabinieri – per altre ragioni, tutte da capire.

La “carta” di Buzzi: offriva ai giornali l’intervista a Pelosi
Passano alcuni giorni. Il 17 marzo il Tar si pronuncia nel merito e dà ragione a una delle aziende ricorrenti, la Auxilium. Buzzi dice a Carminati che andrà di nuovo dal direttore del Tempo. Poco dopo le 19 il Buzzi manda un sms dalla redazione (“Sta andando tutto bene”). Una mezz’oretta dopo sembra giocare un’altra carta per farsi ben volere dai giornalisti del quotidiano romano: chiama Pino Pelosi e lo passa a Chiocci. Questo “asso” cercherà di giocarlo anche con il Messaggero, ma in questo caso non sarà raccolto. Pelosi è un dipendente della cooperativa presieduta da Buzzi e non è un ex detenuto qualsiasi: è noto per essere l’assassino di Pierpaolo Pasolini. Il 19 marzo esce sul Tempo il pezzo sul conflitto d’interessi del giudice. Quello che è certo è che Alemanno è informato costantemente. Il 22 marzo si incontra con Buzzi e si mette a disposizione per fare da messaggero con altri giornali di destra (di nuovo il pendolo): “Manda articoli Tempo nostri comunicati a on.giannialemanno@gmail.com Cerca di farci uscire su Libero” e più tardi aggiunge anche il Giornale.

Fase tre: le pressioni sulla politica nazionale
Fase uno: le informazioni fornite da un ex viceprefetto e ex assessore di una giunta regionale di centrosinistra. Fase due: la campagna mediatica su un giornale di destra. Fase tre: l’interessamento della politica nazionale. Quando esce l’articolo del Tempo Buzzi come quasi tutti i giorni all’ora di colazione, spedisce la sua dose di messaggini. Questa volta tra i destinatari c’è anche Micaela Campana, deputata del Pd e futura responsabile Welfare della segreteria nazionale del partito, nominata a settembre – dopo un rimpasto da Matteo Renzi. Campana è anche la compagna di Daniele Ozzimo, assessore alla Casa al Campidoglio con Ignazio Marino, finché non si è dimesso quando si è saputo che anche lui è indagato. Agli sms seguono le telefonate di Buzzi, quasi compulsive.

Il pressing sui parlamentari del Pd
A Simone Barbieri, collaboratore dell’onorevole Campana, il presidente della Cooperativa 29 giugno, dice di aver già “concordato con Micaela che mi faceva un’interrogazione sul casino che è successo sul Cara de Castelnuovo che la giudice Sandulli, se vai a pagina 11 del Tempo c’ha… è legata mani e piedi” (la forma grammaticale è questa). Per Buzzi è quasi cosa fatta, chiama la cronista del Tempo che si è occupata del centro rifugiati e anticipa che l’interrogazione sarà firmata oltre che dalla Campana anche da altri due deputati: Umberto Marroni (dalemiano, ex capogruppo in consiglio comunale, figlio di Angiolo, ora garante dei detenuti) e forse anche da Fabio Melilli, segretario regionale del Pd (franceschiniano e quindi renziano). L’interrogazione viene bloccata una prima volta perché – dice Barbieri – il “sottosegretario” ha detto che “al momento c’è solo un articolo di stampa”. Poiché Buzzi comincia a sentire puzza di bruciato, attiva anche il canale che va verso destra, che poggia sulle conoscenze di Claudio Caldarelli – un altro degli arrestati -: “Vedi se qualche amico della Pdl fa un’interrogazione a Alfano”). Ma Buzzi ci crede ancora, alla Varvazzo dice che i “parlamentari amici miei” stanno preparando l’interrogazione. Il giorno dopo Marroni gli invia un sms: “Ho parlato con Micaela meniamo”. L’interrogazione, precisa, “la sta preparando Micaela”. Dopo qualche ora ecco Micaela Campana: “Parlato con segretario ministro – scrive in un sms a Buzzi – Mi ha buttato giù due righe per evitare il fatto che mi bloccano l’interrogazione perche non c’e ancora procedimento. Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”.

Campana replica: “Non avrei mai presentato quell’interrogazione”
Ma l’interrogazione viene rigettata un’altra volta: “Non è congrua” nemmeno questa volta. L’ufficio tecnico di Montecitorio la riscrive, assicurano i collaboratori della Campana. Ma non se ne ha più notizia. “L’sms in questione – replica oggi la Campana – se letto nella sua interezza, e non nel solo stralcio maliziosamente riportato dai media, dimostra che non avrei mai presentato l’interrogazione richiesta dal Buzzi. Ho ritenuto che non fosse corretto occuparmi di simile questione, anche perché sarei entrata in contrasto con una decisione della giustizia amministrativa, circostanza facilmente verificabile presso la banca dati del sito internet della Camera dei Deputati, dove non c’è nessun atto ispettivo a mia firma sulla vicenda, senza per questo trascurare che rientra nel mio diritto e dovere di parlamentare presentare interrogazioni su qualunque tema io ritenga opportuno”. La deputata democratica aggiunge che si occupa di tematiche sociali da 20 anni e che ha “conosciuto Salvatore Buzzi come presidente di una delle più grandi cooperative di Roma e come dirigente della Legacoop e per me, fino a martedì scorso, era solo questo. Come l’Italia intera, anche io, pochi giorni fa, ho appreso con sconcerto delle indagini a carico dello stesso e dei suoi rapporti con Carminati”. D’altra parte “non avrei avuto alcun motivo per ritenere sconveniente la conoscenza del Buzzi, il primo laureato del carcere di Rebibbia, il quale, attraverso la cooperativa che dirigeva, dava la possibilità di riscatto a centinaia di persone che nel passato avevano avuto problemi.

L’incontro “facilitatore” con Gianni Letta
Ma Buzzi per il centro rifugiati di Castelnuovo è pronto a tutto, punta in alto. Chiede e ottiene un incontro con l’ex sottosegretario di Berlusconi, Gianni Letta. Secondo i carabinieri è grazie a lui, il 18 marzo, che ha un incontro con il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro. Il faccia a faccia è in programma negli uffici di Letta in Largo del Nazareno. L’incontro, come afferma in una intercettazione Luca Odevaine (uno degli arrestati ndr) era stato organizzato per trovare “un contatto politico finalizzato ad agevolare l’accreditamento della nuova struttura di Castelnuovo di Porto”. All’incontro partecipa anche Carlo Maria Guarany, anch’egli finito in carcere. In una telefonata intercettata dai carabinieri Buzzi è soddisfatto dell’incontro perché gli aveva fissato un incontro nel pomeriggio della stessa giornata. Alle 17.38, annotano i Ros, Buzzi e Guarany fanno ingresso nel palazzo della prefettura. Il giorno successivo viene intercettata una telefonata tra Buzzi e Odevaine: “Al prefetto – scrivono i carabinieri – era stata esposta la possibilità di una nuova struttura da impiegare come Cara a Castelnuovo, trovando nello stesso Pecoraro un positivo riscontro con l’unica avvertenza che sarebbe stata comunque necessaria una formale pronuncia, in tal senso, del sindaco di Castelnuovo”. “Con il prefetto è andata molto bene – dice Buzzi – Gli abbiamo parlato di questo Cara di Castelnuovo di Porto e lui mi ha detto ‘basta che il sindaco mi dice di sì non c’ho il minimo problema, anzi la cosa è interessante, lasciatemi tutto’… ha sposato subito il problema“.