Gli obiettivi prefissati sono molto lontani, lo share è fermo allo 0,18% e l’uomo che aveva fortemente voluto l’investimento, Pietro Scott Jovane, non c’è più. Così il futuro di Gazzetta Tv non è rosa e il canale rischia di spegnersi a un anno dal collocamento sul 59 del digitale terrestre. La televisione di Rcs Mediagroup, costata dieci milioni di euro nel primo anno di trasmissioni, non ha portato i risultati sperati e, secondo quanto scrive Milano Finanza, sarebbe al vaglio del nuovo top management, guidato dall’ad Laura Cioli, l’ipotesi di dismissione. “La raccolta pubblicitaria dovrebbe attestarsi sui 5,5-6 milioni al massimo”, dice MF, e “al momento la società non potrebbe permettersi ulteriori perdite rispetto a quelle delle attività tradizionali, in Italia e Spagna, registrate al 30 settembre, cioè 126,4 milioni“.

Prima del lancio Rcs aveva programmato altri 10 milioni di investimento per il 2016 e ne aveva pronti 45 tra il 2017 e il 2019, ma il dossier riguardante la tv è allo studio dei manager per capire il da farsi. Anche se, sempre secondo MF, in ambienti finanziari si fa notare che spegnere il canale dopo un anno di attività “sarebbe un clamoroso autogol visto che poi è associato a un brand forte e consolidato” come la Gazzetta dello Sport. Eppure già al momento del lancio non mancavano le perplessità per le esperienze pregresse di altri gruppi editoriali, come L’Espresso con Repubblica Tv, costretti a una veloce marcia indietro. Ma soprattutto per l’impostazione dei palinsesti che giocoforza in questo anno – tranne alcune eccezioni come l’acquisizione dei diritti tv della Copa America di calcio – hanno ruotato attorno a una televisione molto “parlata” e senza grandi live in esclusiva.

Nei primi mesi di vita Gazzetta Tv – priva dei pezzi forti, ovvero le corse ciclistiche organizzate dal gruppo – aveva puntato sul basket e pallavolo con una partita in diretta dei rispettivi campionati di Serie A e da settembre trasmette la Championship inglese. Troppo poco per raggiungere gli obiettivi prefissati che prevedevano una soglia iniziale di share attorno allo 0,7% da incrementare nel corso del primi dodici-diciotto mesi fino all’1% per poi crescere fino all’1,5. Uno degli assi giocati era la partnership con Infront, il colosso internazionale dei diritti tv che è parte integrante del progetto editoriale sotto il profilo tecnico e operativo. Fornisce infatti gli highlights delle principali competizioni sportive nazionali e internazionali, oltre ai servizi tecnici, produttivi, di post-produzione e di emissione. Ma il ritorno in termini di possibilità di scalare il mercato degli eventi live non è stato quello sperato.

Eppure visti i risultati dei talk condotti dai giornalisti del quotidiano o di personaggi noti ingaggiati (Gene Gnocchi, Enrico Bertolino, Giuseppe Cruciani) sarebbe proprio quello il segmento sul quale puntare. Impossibile riuscirci però a causa dei costi dei diritti. Anche perché la differenza la fanno i grandi eventi e non le qualificazioni sudamericane ai Mondiali di calcio, la serie B inglese o il campionato brasiliano, ovvero ciò che ha ora in pancia Gazzetta Tv. Basti pensare che la stessa Copa America, presentata come un grande successo, ha portato gli ascolti attorno allo 0,35% nelle 24 ore. Un dato pari alla metà di quanto il management si augurava lo scorso 23 febbraio, data della nascita del canale, e comunque effimero. Non c’è stata infatti alcuna coda lunga e lo share – secondo quanto riportato da Calcio&Finanza – è tornato a oscillare tra lo 0,28% di agosto e lo 0,16% di ottobre. Del resto sarebbe bastato osservare i dati Auditel relativi agli altri canali sportivi che non hanno i live come core business: ad oggi vince Premium Sport Hd con lo 0,5%. La metà di quanto i capi di Rcs pensavano di raggranellare con la loro tv, sopravvalutando la forza trainante del giornale.