Nati nei quartieri poveri delle capitali d’Europa, trovano nella violenza l’unico modo per emergere. L’illuminazione delle fede islamica per molti di loro avviene in carcere, dove iniziano a studiare il Corano. Ma prima di tutto c’è l’odio per la società: “L’Islam serve a sacralizzare quel sentimento che precede ogni altra intenzione”. E’ questo il ritratto dei terroristi responsabili degli attentati degli ultimi anni in Francia secondo Farad Koshrokhavar, sociologo iraniano all’Ecole des hautes études en sciences sociales. Autore di L’Islam nelle carceri, ha studiato il fenomeno della radicalizzazione dietro le sbarre e non solo. In merito ai responsabili della strage di Parigi del 13 novembre scorso dice: “Questi soggetti sono più europei degli europei. Si sono organizzati in tre ‘squadre’ e hanno saputo beffare il nostro sistema dei servizi segreti mentre loro si sono mossi dentro e fuori la Francia senza problemi”. Da Rachid Ramda a Amedy Coulibaly fino a Salah Abdeslam il profilo secondo il professore è sempre lo stesso: ragazzi che vengono dalle banlieue con un passato di delinquenza e una famiglia in crisi dove spesso il padre è assente. La sfida è per l’Europa: “Serve un intervento per migliorare integrazione della società e comunicazione tra gli Stati. Siamo già in ritardo”.

Che cosa intendiamo per jihadismo europeo e come nasce?
Ci sono due modelli. Quello più frequente riguarda i soggetti che vengono dalle banlieue: nascono nei quartieri poveri di periferia dove c’è un tasso di disoccupazione elevato; abbandonano la scuola molto presto; poi sono portati alla delinquenza e infine sperimentano la prigione. Il secondo modello invece si è diffuso a partire dal 2013 ed è il caso dei giovani di classe media che sono andati in Siria. Questi, a differenza dei primi, non sono finora mai passati all’azione.

In Francia il fenomeno non è nuovo. Quali sono i casi fino a questo momento?
Tutto comincia nel ‘95 con il franco-algerino Rachid Ramda. Emarginato, si radicalizza dopo un viaggio nella patria natale e fa esplodere una bomba nella metropolitana di Saint Michelle a Parigi. Poi nel 2012 è la volta di Mohammed Merah, anche lui è un giovane della periferia con un passato di delinquenza e anche lui sceglie l’Islam radicale: uccide 7 persone a Tolosa. Poi c’è un’accelerazione della storia. Nel 2014 Mehdi Nemmoush, giovane franco-algerino della banlieue con la famiglia in crisi, fa un viaggio nelle terre della jihad, al suo ritorno viene arrestato e infine uccide 4 persone al museo ebraico di Bruxelles. Nel 2015 c’è un altro passo in avanti con gli attacchi al giornale Charlie Hebdo e poi al supermercato Hyper Chacher. L’ultimo colpo è appunto quello del 13 novembre. A firmarlo sono tre gruppi di giovani a dominanza francese, ma tra cui ci sono anche dei belgi. Vengono tutti dalle banlieue e addirittura tra loro ci sono tre fratelli che vengono dalla stessa famiglia.

Con il passare degli anni com’è cambiato il profilo degli attentatori?
E’ rimasto lo stesso. I terroristi vengono dalla periferia e attraversano varie fasi: nascono in famiglie in difficoltà con il padre assente; vivono in posti dove la delinquenza è l’ideale per diventare ricchi e dove la violenza è vista come l’unico mezzo per il riscatto; poi c’è la prigione dove trovano l’illuminazione; infine c’è un viaggio in Siria, Yemen, o Pakistan grazie al quale diventano dei jihadisti e tornano in Europa. Una delle poche differenze è quella dei kamikaze: fino ad ora i terroristi in Francia sparavano (salvo il caso del ’95). Con gli ultimi attacchi per la prima volta assistiamo a persone che si fanno saltare in aria.

Perché e come avviene “l’illuminazione” in prigione?
La tappa del carcere è molto importante. C’è il tempo per riflettere, l’odio per la società si approfondisce, c’è la possibilità di leggere il Corano e ci sono compagni che ti aiutano nell’interpretazione dei testi sacri. La prigione è una fase per i ragazzi delle banlieue, non per quelli della classe media che non ci passano quasi mai. Il fenomeno è cambiato negli ultimi anni: i jihadisti dietro le sbarre in un primo momento si riunivano in gruppo e si facevano crescere la barba, ma hanno visto che questo creava troppi sospetti. Ora siamo di fronte al “modello introverso”, ovvero fanno di tutto perché il loro estremismo rimanga invisibile agli altri.

Lei nei suoi scritti dice che i terroristi sono più “europei degli europei”.
I terroristi sono un passo avanti all’Europa. Per la strage del 13 novembre tre gruppi hanno organizzato il piano fuori Parigi e poi sono rientrati nella città per fare gli attacchi. I servizi segreti europei non sono stati capaci di accorgersi di nulla. I terroristi comunicano con email, sms e telefonate: tutto è passato sotto gli occhi dei belgi che non hanno avvisato i francesi. E’ la prova che il sistema non funziona: ognuno lavora per sé e non comunica con gli altri Stati. Bisognerebbe dotare l’Europa di un sistema coordinato, oppure bisogna tornare a chiudere le frontiere.

Quali sono le cause di questo fenomeno?
La prima è esterna ed è naturalmente l’Isis, più pericoloso dell’”artigianale” Al Qaeda perché gestisce molti miliardi di dollari e dispone di un territorio grande quasi come la Gran Bretagna. Non dimentichiamo che 25mila persone da tutto il mondo sono partite per raggiungere lo Stato islamico, tra questi si stimano 5mila europei. Molti di loro conoscono bene l’uso di internet e dei social network. Questi contribuiscono a creare un sistema di propaganda molto moderno e pericoloso. La causa interna è invece da ricercare in quello che io chiamo “esercito di riserva jihadista” in Europa: si forma nei quartieri poveri, dove si ha l’impressione di essere abbandonati e dove i giovani sono pronti a morire per punire la società.

L’odio per l’Occidente come nasce e come si sviluppa?
E’ un sentimento per niente superficiale e antropologicamente costruito. I terroristi pensano che la società ce l’abbia con loro, che li abbia trasformati in insetti. L’islamizzazione è un pretesto per sacralizzare il loro odio. Prima odiano, poi si radicalizzano, poi trovano il pretesto per agire. All’inizio quasi non sono capaci di pregare e non hanno un bagaglio religioso islamico: la radicalizzazione precede in qualche modo l’islamizzazione.

Cosa si può fare di fronte a questa rabbia?
L’Europa deve intervenire per migliorare l’integrazione nella propria società. Ma anche per avere una comunicazione più efficace tra gli Stati che permetta di stare al passo dell’Isis. Ci vorrà molto tempo e siamo già ritardo.