Che la storica palazzina di via Sicilia, un tempo residenza della famiglia Mondadori e, ancora per poco, sede delle redazioni romane di “Panorama”, bandiera dell’editrice della famiglia Berlusconi, e dei periodici “Sorrisi e Canzoni” e “Chi”, sia stata venduta è ormai un dato di fatto. Ciò che resta da chiarire, invece, è il destino dei dipendenti delle tre testate con sede nella capitale. A cominciare proprio dai sei giornalisti in forza al settimanale diretto da Giorgio Mulè: dopo la chiusura definitiva del presidio nella capitale, due saranno trasferiti a Milano (il rappresentante sindacale Stefano Caviglia e l’unica cronista parlamentare in organico), gli altri quattro vedranno trasformato il proprio contratto, come si legge in un comunicato sindacale dei giornalisti, in “un fantomatico smart working”: dotati di un computer, resteranno a Roma ma senza sede fissa. Una figura contrattuale, peraltro, non ancora prevista né dalla legge (la proposta di legge che la introduce è all’esame della commissione Lavoro della Camera) né dal contratto di lavoro dei giornalisti. Proprio per questo, il sospetto che serpeggia tra i dipendenti, è che la Mondadori voglia precorrere i tempi di una riforma il cui iter è appena agli inizi creando un precedente che altre aziende potranno cavalcare in futuro.

PRECEDENTE PERICOLOSO – Un vero e proprio choc, come raccontato nei giorni scorsi da ilfattoquotidiano.it, per i redattori di stanza a Roma che considerano inaccettabili i piani dell’azienda. E che rilanciano chiedendo, innanzitutto, di “congelare immediatamente i provvedimenti annunciati (senza neppure la presentazione di un documento scritto)” e di “procedere nel frattempo alla ricerca di una nuova sede, anche provvisoria, per collocare i giornalisti della redazione romana almeno fintanto che la situazione non sarà chiarita”. Richieste che saranno certamente al centro del delicato incontro in programma oggi a Segrate tra i vertici aziendali e quelli sindacali e al quale prenderanno parte, tra gli altri, il segretario nazionale della Fnsi Raffaele Lorusso e il vice segretario dell’Associazione stampa romana Paolo Barbieri. Chiusura della redazione romana a parte, la vertenza del settimanale sta attirando un’attenzione crescente sia a livello sindacale che parlamentare, proprio per  l’intenzione di ricorrere allo smart working da parte di Mondadori. “Effettivamente non ci sono precedenti di questo tipo nel campo dei rapporti di lavoro giornalistico – spiega Lorusso –. L’incontro con la Mondadori è comunque un fatto importante: ci parleremo, cercheremo di capire quali sono le intenzioni dell’azienda e se ciò che ha in mente di fare è compatibile con la legge e con il contratto”. Evidente la “preoccupazione” che la vertenza “Panorama” possa costituire un precedente con ricadute, in futuro, su altre crisi aziendali. Anche se per il momento si tengono toni bassi.  “Le fughe in avanti unilaterali possono comportare rischi di questo tipo, ma dire che siamo di fronte ad un caso del genere è ancora presto per affermarlo – aggiunge Lorusso –. Peraltro, il fatto che la Mondadori abbia accettato di sedersi intorno a un tavolo con il sindacato, almeno nelle premesse, lascia spazio ad una soluzione condivisa della vicenda”.

GIORNALISTI AGILI Ma che cos’è lo smart working (lavoro agile) della cui introduzione nel diritto del lavoro italiano si sta occupando il Parlamento? La sua disciplina è contenuta in una proposta di legge (pdl) del 2014 presentata da un gruppo di deputate del Partito democratico e, quindi,  attualmente ancora solo sulla carta. Un testo, come spiega un dossier del Servizio Studi della Camera, nato “per promuovere forme di lavoro caratterizzate da una elevata flessibilità, soprattutto con riferimento all’orario e alla sede di lavoro (il cosiddetto smart working appunto) allo scopo di incrementare la produttività del lavoro e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”. In pratica, si tratta di una prestazione di lavoro subordinato che si svolge al di fuori dei locali aziendali (per un orario medio annuale inferiore al 50 per cento dell’orario di lavoro normale, se non diversamente pattuito), senza l’obbligo di utilizzare una postazione fissa e con utilizzo eventuale di strumenti informatici o telematici”. Lo smart worker, inoltre, ha “diritto, a parità di mansioni svolte, ad un trattamento economico e normativo pari a quello di cui godono gli altri lavoratori subordinati che svolgono la prestazione lavorativa esclusivamente all’interno dei locali aziendali”.

FLESSIBILI E RIMBORSATI Aspettando che si compia l’iter legislativo dello smart working, che non si preannuncia peraltro breve, ad anticipare i tempi ci ha pensato, intanto, la Legge di Stabilità all’esame del Senato Il secondo comma dell’articolo 14, infatti, prevede l’istituzione di un fondo presso il ministero del Lavoro (con una dotazione di 10 milioni nel 2016 e 50 dal 2017) per finanziare la flessibilità tempo-luogo di lavoro anche per i dipendenti a tempo indeterminato. Un fondo al quale potrebbero accedere pure le aziende che, in futuro, stipuleranno contratti di smart working il cui carattere essenziale è proprio l’elevata flessibilità. “In realtà non c’è un collegamento diretto tra contratti di smart working e accesso al fondo – chiarisce la deputata dem, Alessia Mosca, prima firmataria della pdl –. Ma mi auguro che, in futuro, le aziende che li stipuleranno possano accedere a questo fondo”. Diretto o meno che sia, il collegamento non è sfuggito ai dipendenti Mondadori: dietro la mossa dell’azienda potrebbe celarsi, in realtà, il tentativo di assicurarsi, peraltro a norma di legge, l’accesso al fondo non appena le regole sullo smart working entreranno in vigore.

TELELAVORO ADDIO Quali che siano le reali intenzioni dell’azienda, in attesa degli esiti dell’incontro tra le parti, considerazioni interessanti arrivano dalla ‘madrina’ della riforma. “In realtà si tratta di una legge che interviene, modificandola, su una figura già esistente, quella del telelavoro, mettendola al passo con i progressi della tecnologia – spiega la Mosca –. Si tratta in sostanza di una modernizzazione che, rispetto alla vecchia normativa, persegue anche un altro obiettivo: stabilendo che lo smart worker non è obbligato a lavorare solo da remoto (ad esempio da casa) o solo dall’ufficio si supera quella sorta di separazione che, in passato, il lavoratore era costretto a subire dovendo prestare la sua opera esclusivamente al di fuori dei locali aziendali”. Una volta chiusa la redazione romana, quindi, per la Mondadori sarebbe difficile, in futuro, mantenere giornalisti e amministrativi ‘agili’ nella capitale in assenza di una sede in loco, visto l’obbligo di eseguire la prestazione di lavoro in parte all’esterno e in parte all’interno dei locali aziendali. Non solo. “Il contratto di smart working – conclude la parlamentare del Pd – può essere concluso solo sulla base di un accordo tra l’azienda e il lavoratore”. Non può, cioè, essere imposto unilateralmente né dal datore di lavoro né dal dipendente. Tanto in sede di prima assunzione che di conversione del contratto.