Dopo il tenero sguardo rivolto ai matti ne La Pecora Nera, Ascanio Celestini torna al cinema con Viva la sposa, ritratto tragicomico di un’umanità tormentata e inconsapevole ma attaccata ad un filo di speranza. Nel film osserviamo Nicola (Celestini) che si trastulla tutto il giorno bevendo o facendo finta di smettere. Nella sua orbita gravitano bizzarri personaggi tra cui un figlio della cui paternità non è certo, la mamma del bambino, Anna, che per campare fa la prostituta, il Concellino (Salvatore Striano) che vive truffando le assicurazioni, la dolce Sofia (Alba Rohrwacher) che sogna un futuro all’estero, e l’Abruzzese, che di giorno fa il carrozziere e di notte il parcheggiatore. Una monotona routine intervallata di tanto in tanto dal passaggio di una turista americana in abito da sposa, l’unica probabilmente in grado di solleticare la loro fantasia.
Atipico, brutale, disperato e fortemente sperimentale: tutte caratteristiche che hanno convinto i fratelli Dardenne, pluripremiati registi belgi, a produrre Viva la sposa di Celestini – “non abbiamo capito il finale ma il film ci è piaciuto molto”, gli avrebbero scritto. L’eclettico artista romano, inviso ai politici del centrodestra ai tempi dei suoi monologhi televisivi in Parla con me di Serena Dandini, ha un nuovo avversario: il COISP. Il sindacato di Polizia che aveva inscenato un sit-in contro la madre di Federico Aldrovandi, si è scagliato contro Celestini poco prima che il film venisse presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia.
In un comunicato stampa il Segretario Generale Franco Maccari ha criticato il regista per i chiari riferimenti al caso di Giuseppe Uva, il gruista varesino che sette anni fa morì nel reparto psichiatrico dell’Ospedale di Circolo dopo una notte trascorsa in caserma. Noi vi presentiamo Viva la sposa attraverso le parole di Ascanio Celestini che ci ha spiegato perché in Nicola – come in Giuseppe Uva – potrebbe immedesimarsi lui come tutti noi e cosa l’ha infastidito maggiormente degli attacchi ricevuti.

Quanto c’è di lei in Nicola?
Non lo so. Il furgone è mio ma l’ho riverniciato a spese della produzione. A parte gli scherzi, c’è ovviamente molto di me nel film. Ho conosciuto il quartiere del Quadraro attraverso i racconti di mio padre e delle persone che lo popolano che ho doverosamente ringraziato nei titoli di coda. Quanto a Nicola, un personaggio concreto ma non realistico, mi interessava il suo stordimento, che oggi non è proprio solo di chi beve!

Il film è crudo ma non totalmente privo di speranza. Chi la rappresenta davvero: la sposa, il bambino o il matto?
Chiunque abbia visto il film, compresi i fratelli Dardenne, mi ha detto di non aver capito il finale. Per me qualunque interpretazione del film e del finale è giusta in quanto personale e non volevo privare il pubblico della possibilità di farsi un proprio pensiero. Forse il personaggio che più di tutti per me rappresenta la speranza è il garagista che aiuta tutti in modo inconsapevole, senza giudicare, ricreando una società al di sotto della società.

Quando è avvenuto l’incontro con Lucia Uva e come ha pensato inizialmente di inserire la storia di Giuseppe Uva in Viva la sposa?
Sono stufo di sentir parlare di morti. Così ho provato ad immaginare chi fosse Giuseppe Uva da vivo. Lucia è una donna piena di vita. In un primo momento volevo proporle di partecipare in prima persona al film poi, per evitare speculazioni, ho evitato perfino di chiederglielo. Nella vita non faccio né il giudice né il giornalista ed è per questo che durante l’incontro con Lucia le ho chiesto di parlarmi del suo rapporto con il fratello da vivo, tralasciando per un momento la vicenda giudiziaria.

Però la ricostruzione della notte in cui morì Giuseppe Uva corrisponde alla versione di Lucia…
Sì, ma in una versione addolcita perché non volevo fare un film di denuncia. Se quello fosse stato il mio obiettivo non avrei avuto problemi a girare nella caserma dove fu trattenuto quella notte. Ho preferito mettermi nei panni di chi ascolta le sue urla e prova un grande senso di colpa. L’unico elemento reale del film è l’audio della telefonata che l’amico di Uva, Alberto Biggiogero, fece al 118 perché non mi sembrava il caso di recitarla.

Quando ha letto il comunicato del COISP, che ha definito il tuo film “l’ennesimo attacco populistico a chi rappresenta lo Stato”, cosa ha pensato?
A parte l’artificio retorico, la cosa che più mi ha infastidito è stata la citazione di Pasolini che viene continuamente chiamato in causa in modo superficiale. Se avessi voluto fare un film contro le forze dell’ordine l’avrei fatto dal loro punto di vista.

Ma quanto si è allargata la periferia che ci raccontava Pasolini nei suoi film? Il suo non è più un film con protagonisti “gli ultimi”.
Infatti, io non volevo fare un film sugli ultimi, i vinti, perché oggi gli ultimi sono quelli che in Italia ancora ci devono arrivare o quelli che sono morti provando ad arrivarci. Io racconto quello che vedo e che vivo.