Da settimane un fiume di persone si accalca agli ingressi di Expo. Una moltitudine impossibile anche solo da immaginare nella sua dimensione. Uno schiaffo ai disfattisti militanti, ai gufi impenitenti capeggiati, naturalmente, da noi del Fatto. L’unico giornale che abbia parlato con sicumera di un flop. Certo, documentato, impossibile da raddrizzare. L’altro ieri il Corriere in una paginata ha infatti invitato a levare i calici in aria e salutare con un brindisi i venti milioni di ingressi venduti, la cifra stimata a preventivo come soglia necessaria per portare i conti in pareggio.

Ottimo, non c’è che dire. E poveri noi gufi di quarta serie.

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Allora è giusto che rendiamo l’onore delle armi e riconosciamo il successo, dove c’è, quando c’è. Ma c’è?

Partiamo dalla gente. Dalla moltitudine, appunto. Rileviamo solo che persino il flop del millennio, l’Expo di Hannover del 2000, fece 19 milioni di ingressi. Certo, ne aveva stimati quaranta e chiuse con 1,2 mliardi di deficit. Ma qualcuno di voi può forse dire che diciannove milioni di persone che si recarono a visitarlo non fossero una moltitudine? Migliaia e migliaia si accalcarono, specialmente nei weekend, e proprio come sta accadendo ai cancelli di Rho.

Allora forse dobbiamo iniziare a valutare il successo con i parametri esatti, con le quantità preventivate e quelle realmente manifestatesi. Sono cifre monstre, perché mostruoso è l’investimento per realizzare un evento così grande, non a caso definito Esposizione universale. Gianni Barbacetto, per il Fatto Quotidiano, ha seguito passo passo le vicende. E ha fornito cifre mai smentite. Le vogliamo riepilogare?

Iniziamo dai costi. Per la costruzione del sito sono stati spesi 1 miliardo e 200 milioni più extra costi per una cinquantina di milioni. I costi di gestione ammontano a 960 milioni, i terreni sono costati 160 milioni. Totale: 2,4 miliardi di euro.
Il 5 aprile del 2015 l’amministratore delegato di Expo Giuseppe Sala riferì che sarebbe stato raggiunto il pareggio dei costi di gestione (pari a 960 mln) con 24 milioni di ingressi previsti al costo del singolo biglietto di 22 euro. La stima è stata poi rivista al ribasso, dichiarando che il pareggio sarebbe stato raggiunto già con venti milioni di visitatori, al costo singolo di 19 euro.

Premesso che per venduti si intendono i biglietti piazzati ai grossisti e non tutti naturalmente già smerciati, è lecito dubitare che il costo del singolo biglietto sia stato di 19 euro. Solo il ministero dell’Istruzione, per esempio, ha investito 3,5 milioni di euro per l’acquisto di biglietti a favore delle scolaresche. E ad agosto i pensionati hanno potuto visitare gratis l’Expo. Ma mettiamo pure che tutto sia andato come assicura l’amministratore delegato: incasso di 380 milioni che sommati ai 380 milioni di sponsor e royalties ( e anche qui facciamo atto di fede) fanno 760 milioni. Duecento in meno delle uscite.

Seppure ci dovesse essere un rosso di 200 mln (e non ci sarà perchè la cifra corrispondente delle spese di gestione è stata intestata a costi di investimento), cosa vuoi che sia di fronte a un successo di tale portata?

Il “successo” di Expo ci è costato solo 1,214 miliardi. 737 milioni di euro pagati dallo Stato e 477 milioni di euro pagati dalla Regione Lombardia. Alla cifra bisogna aggiungere extra costi per almeno 180 milioni di euro. Direte: e il ricasco economico? E i ristoranti, gli alberghi, i trasporti? Ecco, noi dubitiamo che ristoratori, albergatori e pizzicagnoli, tassisti e compagnia cantando siano tutti divenuti milionari. Dubitiamo che l’economia, stimolata da un investimento monstre, abbia restituito alla collettività ciò che la collettività con le tasse ha finanziamo. Riteniamo anzi che queste manifestazioni siano superate, che i costi anche ambientali siano indigeribili. (a proposito: quanto cemento è servito per nutrire il pianeta?).

Non dubitiamo invece che un buon affare l’abbiano fatto i proprietari dei terreni su cui sorge Expo. Valevano venti milioni di euro ma Arexpo, società controllata da Regione e Comune, li ha comprati per 160 milioni di euro.