L’io come centro di gravità del proprio mondo. Da qui parte il riscatto della condizione femminile. Quando il baricentro si sposta dall’altro verso il sé, non c’è più spazio per il vittimismo, l’arrendevolezza, la morbosità, la dipendenza. Lo sguardo diventa lucido. L’insostenibile consistenza del corpo diventa leggera. La parola da melensa, avvitata, protettiva diventa creativa e scattante. Più semplice a dirsi che a farsi, verissimo. Ma è altrettanto vero che è un’evoluzione possibile. La sfida è stata raccolta da undici giovani scrittrici italiane e lanciata da una di loro, Violetta Bellocchio. Il libro “Quello che hai amato”, appena uscito per Utet e curato da lei, è il risultato: undici racconti autobiografici, undici percorsi di emancipazione attraverso la scrittura, che fanno cadere i soliti stereotipi, triti e ritriti, sulle donne. Sentimentali, deboli, madri, mogli o fidanzate apprensive.

“Ho scelto solo autrici donne perché in generale il nostro talento è sommerso. Eppure ce ne sono centinaia di competenti”: Bellocchio, milanese, 38 anni, nel blog abbiamoleprove.com, che ha aperto nel 2013 e oggi ospita oltre 200 storie femminili, ne ha avuto la certezza. “Le donne – continua – devono imparare a darsi una chance. Molte di loro ci provano ma poi appena ricevono un rifiuto, una porta sbattuta in faccia, una critica, si tirano indietro e lasciano perdere”. La domanda di partenza che ha posto a tutte è stata “Che cosa ami?”. Solo apparentemente banale. “In realtà – ci spiega – non bisogna per forza raccontare episodi drammatici e struggenti per parlare di sé, tirare fuori la parte più intima, attirare il lettore. Basta scrivere un evento personale, che ha il sapore della passione, per brillare, far salire l’attenzione, fare strada. Io amo la non fiction, quando ti misuri con l’io, anche arrabbiato, che odia o odiato, abbandoni il tu, lei, lui, loro, scrivere diventa una cura, un darsi la mano, un’uscita dal buio. Con me ha funzionato”. Il momento del riscatto per Bellocchio è stato il suo penultimo libro, “Il corpo non dimentica” (Mondadori, 2014), in cui mette a nudo tre anni vissuti da alcolista, in balia di angosce e paure, e poi la lunga fatica della disintossicazione, oltre che dall’alcol, dal disagio che ci sta dietro.

Torniamo a “Quello che hai amato”. La risposta delle scrittrici è stata sorprendente. “Non mi sono arrivate dieci storie su fidanzati, famiglia e maternità. Ciascuna di loro mi ha inviato una storia diversa, che le ha toccate nel profondo”. E hanno saputo tradurre con uno stile agile, che ti porta dentro l’attimo, senza annoiarti mai. Calano i veli, spariscono le frasi di circostanza, comunicano schiette, a volte spiazzanti, fino per esempio a dirti, come Claudia Durastani, che “da adolescente, uno dei miei timori più grandi non era tanto quello di essere stuprata, ma che un eventuale stupro mi impedisse di tornare a fare sesso”. E ancora, che costruisce rapporti di amicizia intensi che “si consumano di solito dopo due o tre anni con reciproco rancore, ma una volta smaltita l’ossessione posso anche non sentirne la mancanza, e i nomi e i volti di queste amiche vanno solo a rinfoltire il faldone delle persone perdute”. Nadia Terranova, invece, rievoca dalla scatola dei ricordi la panda bianca di sua madre, che le accompagnava in viaggi senza meta, un modo per cercarsi e rinascere più forti di prima. Mari Accardi che ritorna con la testa in Irlanda, quando ha fatto la ragazza alla pari, e ogni tre per due le spuntava l’orticaria.

Giusi Marchetta che si sofferma sulla figura del bisnonno Biagio. Carolina Crespi per il 23esimo anno di età è quello del “dai, che puoi ancora cambiare le cose”. Flavia Gasperetti che si immerge nel dialogo tra due sentimenti, forse il suo doppio, “gioia” e “fosco”. Giuliana Altamura che si confronta con la vita dell’amica Sonia. Il pretesto di Chiara Papaccio per parlare di sè è il telefim americano Twin Peaks. La “sugna” invece al centro di Serena Braida, una sensazione che è “al cuore delle cose”. È l’energia grassa per cui è impossibile stare su un palco senza sudare, senza puzzare. Ma è anche quella cosa – scrive – per cui alla fine tutti hanno la pella d’oca. La sugna è la verità che uno non vuole dire, ma che pretende dai propri artisti. Le interiora”. Poi c’è Raffaella Ferré che ci catapulta nella sua Napoli, in piazza Nazionale, dove andava a fare l’aperitivo, un posto d’impatto squallido ma proprio perché autentico, reale, con una sua identità, bello. E la descrizione accurata dell’autrice contribuisce a risaltarne la magia. Chiude Violetta Bellocchio: “Scrivere di te stessa – leggiamo – ti rende libera, ma ti porta a una certa perdita di umanità. Perdi qualcosa nel renderti, in apparenza, conoscibile. E nello stesso tempo, ti succede qualcosa. Riesci a sentire, un tratto alla volta, l’ottanta per cento di te che diventa altro. È così che io ho vinto su di me, alla fine. È per questo che sorrido”. Perché, ha chiarito a noi, “il mio io è entrato a far parte della coscienza dei lettori”. Se ti porti in superficie, allora, più che perderti, ti moltiplichi.