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Il generale Carlo Jean, nonché presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica, ha auspicato dei raid italiani in Iraq: “Sarebbero un modo per essere finalmente presi sul serio nella coalizione anti-Isis”.  L’essere “presi sul serio” è il solito ricatto psicologico, che fa leva sull’italica sudditanza, che costantemente viene messo in atto per intraprendere guerre imperialiste, anche se spacciate all’opinione pubblica per missioni di pace. Quante guerre, quanti morti sulla coscienza dovremo contare per “finalmente essere presi sul serio”?

Secondo il generale Jean, ma di tutti coloro, compreso il giovane premier alla ricerca di credibilità internazionale, che auspicano una nuova guerra per avere un tornaconto diplomatico, noi dovremmo bombardare un Paese già in ginocchio e distruggere delle infrastrutture che, come sempre avviene, poi si scopre essere abitate da civili. In altre parole, per avere l’agognata credibilità internazionale, basterebbe lanciare qualche bomba; pazienza se a rimanerci sotto sono anche donne e bambini.

Se davvero i mass media occidentali raccontassero la verità sugli interessi che si celano dietro i propositi di guerra, se quindi davvero la maggior parte dei cittadini godesse di quella Virtù auspicata da Rousseau, certe nuove brame belliche sarebbero ritenute semplicemente folli.

Ricapitolando quello che è successo, Saddam, da alleato dell’occidente negli anni ’80, la propaganda mediatica riuscì celermente a trasformarlo in macellaio. Un pazzo criminale, la cui eliminazione doveva essere imminente pena la sicurezza mondiale. Una sorte simile a quella capitata ai talebani che nel 1997 furono persino ospiti nella sede Texana dell’Unocal. Ma l’errore di Saddam è stato quello di non voler mai far colonizzare il proprio Paese nonostante un embargo durissimo che ha ucciso migliaia di bambini. Un numero enorme che Madeleine Albright, l’allora ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, alla domanda rivolta in diretta Tv in cui le fu chiesto se ne fosse valsa la pena che 500.000 bambini iracheni fossero lasciati morire, rispose: “Penso che questa sia una scelta molto dura, ma il prezzo, pensiamo che il prezzo ne valga la pena”.

Ma la morte di tanti piccoli iracheni non bastò a far cedere il rais; le multinazionali del petrolio, a partire dalla Halliburton il cui capo è Dick Cheney, ex vice presidente Usa, spingevano per la guerra, unica soluzione per appropriarsi dei pozzi petroliferi. Ma per una seconda guerra serviva un pretesto. Qualcosa di simile al finto attacco vietnamita nel golfo del Tonchino a navi Usa nell’agosto del 1964 che diede l’appiglio al presidente Lyndon B. Johnson, di iniziare la guerra in Vietnam.

Per l’Iraq il pretesto fu la ricerca delle armi di distruzione di massa. Armi mai trovate. Anche perché, come detto, le uniche fornite a Saddam, compreso quelle chimiche usate contro i curdi, furono vendute dagli Usa.

Le guerre in Iraq, Afganistan, Libia (tutti territori fertili di quei combustibili fossili che stanno devastando il pianeta) hanno disintegrato i precari equilibri in medio oriente. Sotto queste rovine si combattono disperate guerre tra bande. Ora gli Usa del premio Nobel per la pace Obama, ci chiedono di colpire quelle rovine e far prevalere la banda che maggiormente può servire ai nostri interessi (commerciali). Ma non sono bastate le migliaia e migliaia di civili uccisi, le torture e le umiliazioni compiute nel carcere di Abu Ghraib e la distruzione di tutte le infrastrutture del Paese? Siamo sicuri che un nostro coinvolgimento non determinerebbe ripercussioni?

Se questo significa avere “credibilità internazionale”, sarebbe auspicabile non averne e prestare fede al citato articolo 11 della nostra Costituzione che, rammento ai guerrafondai nostrani, asserisce che: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.