Carlo Jean, generale di corpo d’armata, docente e presidente del Centro Studi di Geopolitica Economica. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha sottolineato come quello che sta avvenendo in Siria “potrebbe evolvere in conflitto di portata globale visto il coinvolgimento di potenze mondiali”. È uno scenario plausibile?
“A mio avviso è molto improbabile. Certo, qualche incidente ci può essere, qualche abbattimento di aereo, qualche azione terroristica contro le navi russe che può provocare un’escalation da parte russa, ma non è possibile che in una zona periferica come la Siria con un interesse molto ridotto sia da parte della Russia che degli Stati Uniti scoppi un conflitto di portata mondiale. Anche per un altro semplice motivo: mentre gli Stati Uniti sono molto forti, la Russia è molto debole. Putin fa il bullo, ma il suo Paese ha un PIL simile a quello dell’Italia e che quest’anno avrà una diminuzione del 4%. Il Cremlino può essere abile tatticamente, però dal punto di vista strategico, soprattutto se gli Stati Uniti alzano la posta, si trova a mal partito”.

Perché l’Occidente si è accorto della Siria solo dopo che Mosca ha inviato i suoi caccia a Latakia e ha dato il via ai raid?
“La Russia ha mandato cacciabombardieri vecchiotti, tipo i Sukhoi 24 e 25, solamente 4 su 34 sono moderni, gli altri sono carcasse che non sono in condizione di impiegare bombe guidate. Di conseguenza anche l’effetto sul terreno sarà molto ridotto. Certo l’intervento fa rumore, ma l’effetto maggiore sarà forse sul morale dell’esercito di Damasco, che si vede sostenuto direttamente dalla Russia e si sentirà rafforzato, poiché il Cremlino ha ancora un notevole prestigio in Medio Oriente. Però una cosa è l’immagine, un’altra i rapporti di forza sul terreno. La Russia fa da 12 a 18 sortite d’attacco al giorno e gli americani ne han già fatte 7500. Inoltre, la Russia si sta mettendo contro la Turchia e l’Arabia Saudita. La Cina se ne sta zitta perché molto preoccupata di non mettersi contro i sunniti, mentre Mosca sembra sempre più orientata a sostenere gli sciiti; di conseguenza, la sua è stata una mossa molto azzardata che finirà per costarle molto caro“.

I raid russi stanno colpendo anche i ribelli anti Assad.
“C’è da chiedersi come questo possa “stabilizzare” la Siria quando i sunniti, cioè coloro che sono in rivolta contro Assad, sono il 70% della popolazione, gli alawiti sono il 10%, i cristiani altrettanto, i drusi il 3/4%: a parte alawiti, cristiani e drusi, nessuno sta appoggiando la Russia. Ad appoggiarla c’è invece l’Iran, che sembra abbia mandato le truppe scelte del Quds, la forza dei pasdaran specializzata in missioni all’estero; però per cambiare la situazione sul terreno ce ne vorrebbero decine di migliaia”.

Nel 2013 l’Occidente si interrogava circa la possibilità di un intervento in Siria, ma non è accaduto. La situazione è diventata ancora più complicata con la diffusione di Isis. La via diplomatica è sempre quella preferibile, ma basterà, vista la situazione che si è venuta a creare?
“L’Occidente interviene anche in base ai suoi interessi. E quando i suoi interessi sono marginali, non interviene. Ora l’interesse dell’Occidente è aumentato col fatto che la Turchia lascia passare i profughi. E l’emergenza rifugiati rischia di dare un colpo all’Europa e agli Stati Uniti suoi alleati. Forse, gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire quando hanno messo la linea rossa delle armi chimiche e impiegare le forze di terra, ma nessuno vuole rischiare di invischiarsi in questo ginepraio mediorientale. Ne abbiamo già avuto abbastanza in Afghanistan. Il problema è: una volta che Assad viene cacciato, vincono i ribelli, cosa succede? Chi stabilizza la Siria? Quanti soldati ci vorrebbero per tenere un Paese di quella fatta? È estremamente difficile dirlo. Tanto più che in Siria non si combatte solo una guerra civile, si combatte una guerra per procura tra l’Iran, l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia in particolare. Potenze regionali. Per noi è una cosa abbastanza marginale”.

Perché ora dovrebbe essere più facile convincere Assad ad andare via? La Russia lo appoggia, ma Assad sa bene che se Mosca trova l’accordo con gli Usa, lo abbandonerà senza troppi complimenti. Il problema non è piuttosto l’accordo tra Casa Bianca e Cremlino?
“La Russia ha interesse a mantenersi in Medio Oriente sia per la base navale, sia per mostrare i muscoli, che per giocare a fare la grande potenza che non è più. Il problema di Assad è che sia americani che russi, ma anche i turchi e i sauditi, sono persuasi che l’unica forza capace di tenere insieme la Siria e evitare che si trasformi in una specie di Libia è l’esercito. Non bisogna commettere l’errore di sciogliere l’esercito siriano governativo come fu fatto in Iraq, dove l’esercito era l’unica struttura abbastanza multietnica e multiconfessionale in condizione di tenere un certo ordine. In Siria non si vuole ripetere lo stesso errore. Nessuno però finora ha trovato una soluzione per deporre Assad e mantenere in piedi l’esercito. E Assad non se ne vuole andare”.

Siria e Libia: stesso scenario ma altri interessi?
“Il problema fondamentale è che in questi paesi non esiste il concetto di Stato. Gli stati creati dalle potenze mondiali vincitrici della prima guerra mondiale sono qualcosa di completamente differente dalle strutture della società, rimaste tribali, e fino a che c’era un potere molto forte gestito da una tribù, da un gruppo etnico, questo imponeva un certo ordine. Adesso invece, con l’indebolimento dei governi e con la mania della democratizzazione da parte dell’occidente, i governi si sono indeboliti e i paesi si sono ritribalizzati. Per tenere insieme le tribù l’unico che abbia una soluzione è lo Stato Islamico, col califfato, che fa riferimento a un potere superiore e incute timore, riuscendo a tenere sotto controllo le tribù. Gli altri non sanno cosa fare. Bene che vada, si rischia una soluzione tipo Bosnia Herzegovina. Per il resto, la Siria, l’Iraq, il Libano, ma anche la stessa Giordania e l’Arabia Saudita non sono nazioni stato, ma nazioni tribali, quindi se salta il potere centrale, le tribù prendono il sopravvento”.

Banalizzando, quindi, resta da scegliere fra un dittatore e lo Stato Islamico?
“Oppure ricostituire gli imperi, ma l’impero ottomano o l’impero persiano è ben difficile che possano essere ricostruiti”.

Magari Erdogan sarebbe d’accordo?
“Il neo ottomanesimo di Erdogan, l’estensione dell’influenza ottomana turca nell’impero cerca di presentare una soluzione, anche se limitata alle immediate vicinanza del confine turco. Nel bilancio turco c’è ancora la voce “Mosul”, perché la Turchia non ha rinunciato a Mosul, Erbil, Kirkuk. La Turchia sicuramente vede di cattivo occhio l’evoluzione verso uno stato curdo, che rischia di aumentare l’instabilità interna della Turchia”.

Il Corriere scrive che l’Italia potrebbe bombardare in Iraq. La Difesa smentisce, ma solo parzialmente. È plausibile? In molti sottolineano che potrebbe trattarsi di una mossa della Difesa per evitare tagli al budget.
“Mah, i tagli alla difesa son fatti dal ministero dell’Economia che è organo del governo ed è lo stesso governo che dice di intervenire. Ora abbiamo una missione con 4 Tornado che sono in Kuwait e da lì compiono missioni di ricognizione, come ci ha chiesto il governo iracheno. Sostanzialmente, questi quattro aerei dovrebbero cominciare a bombardare. Il tutto fa uscire la politica italiana da un certo equivoco: aiutare il governo di Baghdad, ma non del tutto. O aiutiamo del tutto, oppure torniamo a casa. E visto che a casa non possiamo tornare, perché tutti i nostri alleati sono lì, tanto vale fare le cose serie e non a metà. La politica deve essere chiara: se vogliamo sostenere Baghdad, dobbiamo impiegare i mezzi necessari per colpire i suoi avversari e in particolare lo Stato Islamico. Se vogliamo esser presi sul serio, facciamo le cose serie”.