Che paura. Appena un minuto e mezzo di trailer, e già non possiamo farne a meno. Già siamo con la scimmia appoggiata alla schiena. Già facciamo le crocette sul muro, come i carcerati che aspettano arrivi il giorno di fine condanna. In questi giorni ha fatto la sua comparsa in rete il trailer di Vynil, serie tv prodotta da Martin Scorsese per HBO e l’impressione che sia qualcosa di cui non possiamo fare a meno si è impossessata di noi.

Chiaro, direte voi, se non sa fare un trailer Martin Scorsese. Vero. Ma non è tutti qui. Non può essere tutto qui. Messa da parte la certezza che gli americani sappiano fare le serie tv molto meglio di noi, che è un po’ come dire che i neri hanno il ritmo nel sangue e che il caffè e la pizza a Napoli sono può buoni per l’acqua, va detto che l’attesa nei confronti di Vynil si fa minuto dopo minuto più potente perché di musica in televisione ce n’è un bisogno impellente. Come? Direte voi, mai come in questo periodo passa tanta musica in televisione, tra talent e Coca-Cole Summar Festival vari.

Appunto. Parliamone. Mettiamo a confronto i trailer di Vynil e X-Factor, visto che qualcosa in comune ce l’hanno. No, non parlo di musica, e neanche di televisione, troppo scontato. Entrambi i trailer ruotano intorno all’idea di rivoluzione. Ricordete quello di XFactor. Città dove di colpo la musica scompare, con l’utilizzo assolutamente fuori contesto di Sound of silence di Simon and Gurfunkel, con gli ex campioni del talent coinvolti in situazioni di strada e i giuddeici li, a sollevare il popolo al grido di Revolution.

Confesso, a vedere Skin gridare Revolution, quasi c’era da crederci. Revolution. Poi, però, partono le selezioni e arriva il Karaoke, sempre quello. Skin brava, simpatica, ma pur sempre giudice di un programma tv che con la musica ha poco o nulla a che fare, figuriamoci con la rivoluzione. Vynil invece, con un montaggio degno di Scorsese, mostra immagini che evocano un periodo in cui una rivoluzione stava davvero avvenendo, vera. Iggy Pop, Andy Warhol, forse Marc Bolan, Hendrix. Sono frammenti di immagine, ma si capisce che si parla di fine anni sessanta, inizio anni settanta. Si vedono chitarre elettriche, si sente parlare un discografico senza scrupoli, si vedono soldi e droga, amplificatori fatti a pezzi con chitarre. Nel mentre il ritmo incalza e a suon di grancassa parte lo slogan di lancio. “Questo è il suono di una rivoluzione”. Ultimo colpo di casa, uno dei protagonisti che dice, “Questo è il rock’n’roll roll”. Boom. Ci stiamo già pesantemente sotto, convinti che Empire ci apparirà robetta, e ho detto tutto. Nel mentre potremo anche guardarci il Karaoke, ma vi prego, lasciate stare le rivoluzioni. La rivoluzione è roba seria, non scherziamo.