PirelloneHo passato praticamente gli ultimi due mesi tra Singapore, Malesia, Thailandia, Vietnam e Indonesia per lavoro.

Il tutto mentre l’Italia avanza su un faticoso percorso di ripresa e a Milano, con un’importante scadenza elettorale alle porte, abbiamo cominciato a ragionare sul futuro della città con decine e decine di amici e con il deputato Pd Emanuele Fiano.

Da imprenditore e appassionato di politica mi piace poter guardare ed analizzare quanto possiamo fare per Milano e per l’Italia con occhio più distaccato di quello che avrei se fossi lì, considerando quella che qui si definisce the big picture, la visione nel suo insieme.

A volte mi chiedo se sono troppo ottimista, se immaginare l’inizio di un periodo di rinascita dell’Italia nel momento che stiamo vivendo, ed avendolo immaginato già tre anni fa, sia solo uno sforzo di positività politica, e se dovrei essere più cauto.

Ma, al di là della mia natura, il mio essere positivo deriva principalmente da quanto vedo e assorbo, e dai segnali che percepisco, avendo la fortuna di girare tanto il mondo per lavoro.

In Asia, come del resto in gran parte del mondo, c’è un bisogno d’Italia, un desiderio e un amore che ci viene trasmesso, una richiesta di quanto produciamo e viviamo, che sono ben superiori a quanto possa anche lontanamente immaginare chi vive sedendo nelle istituzioni o negli uffici italiani e non guardando approfonditamente altrove.

Non mi stancherò di ripeterlo, l’ho già scritto anche qui, perché troppo grande è la negatività che ci caratterizza, siamo troppo bravi a lamentarci senza comprendere appieno e mettere a frutto le nostre doti migliori, troppo forte è la percezione che la Bellezza che ci è stata regalata (per chi la veda come una vuota licenza poetica la intenda come ”risorse culturali, artistiche, naturali”) ma soprattutto quella che ci siamo costruiti (“risorse intellettuali, imprenditoriali, artigianali”) sia coperta da ragnatele ormai troppo spesse per essere rimosse.

Questo vale per l’Italia e vale per Milano che molto spesso ne è la porta d’ingresso, e che noi dobbiamo avere l’ambizione di vedere come la vera Capitale europea del capitale umano, capire che non dobbiamo vergognarci di puntare ad essere sempre di più un centro di eccellenza per le arti e la cultura, l’artigianalità, il design e la moda, la politiche sociali e i diritti civili, l’istruzione e la ricerca.

Dobbiamo avere l’ambizione e la certezza di vederla così e di mettere in atto delle politiche che portino al perseguimento di questi obiettivi.

Qualche giorno fa parlavo con un tassista di Singapore, una città che un mese fa ha festeggiato i propri primi 50 anni, e in cui si percepisce un senso di appartenenza, di comunità e di civiltà di cui noi sappiamo di mancare, nelle piccole come nelle grandi cose.

Questa persona mi diceva in taxi: “Noi non avevamo niente, non abbiamo tuttora niente da produrre, ma diamo il benvenuto ai talenti”.

Singapore è passata in 50 anni dall’essere un posto che non produceva nulla, ad essere uno dei posti più ricchi e vivibili al mondo, per livello di istruzione e di sanità, per tasso di occupazione, ai primi posti per competitività, per facilità di fare impresa.

E questo puntando principalmente sulla qualità dell’istruzione e sull’attrazione dei talenti, che nell’economia della conoscenza sono elementi indispensabili per generare innovazione ed essere competitivi a livello internazionale.

Certo, una tassazione molto bassa aiuta, ma un discorso simile può valere per i Paesi nordici in cui la tassazione è al livello di quella italiana.

Aiuta principalmente il merito, la considerazione che le competenze sono riconosciute e premiate, che la legge è rispettata in quanto la giustizia è certa, che il lavoro di valore è tutelato non perché un contratto lo sostenga ma perché c’è la possibilità di pagarlo bene e valorizzarlo e di trovarne un altro nel momento in cui venga a mancare.

Non è un paradiso, assolutamente, ma proprio perché nulla al mondo è eguagliabile al paradiso che la sorte ci ha assegnato nel nascere in Italia, diamoci da fare insieme per renderlo un paradiso vivibile in tutti i suoi aspetti del vivere quotidiano.

Sono diverse e alla nostra portata, se lo vogliamo, le cose che possiamo fare a livello locale per rendere il nostro Paese più attraente per i talenti, italiani e non.

La meritocrazia di cui tanti si riempiono la bocca ma per cui purtroppo siamo ancora ultimi nell’Europa occidentale, deve essere una stella polare di chi governa, e questo vuol dire la valorizzazione dell’eccellenza al di là della provenienza, una sempre maggiore attenzione alle pari opportunità, l’attenzione alla qualità del sistema educativo, la totale trasparenza in tutto il funzionamento della macchina pubblica, e soprattutto trasparenza e strumenti di misurazione delle performance e dell’efficienza a cominciare dalla galassia delle aziende partecipate.

Io non sono contrario al controllo pubblico o misto pubblico-privato, se le società sono gestite con efficienza e con risultati che lo dimostrino.

Ma sono assolutamente contrario e disgustato dagli sprechi, dai poltronifici, dai consigli di amministrazione utilizzati come ricompensa politica.

Merito vuol dire chiedere conto dei risultati e del comportamento nel perseguimento degli stessi alla classe politica in primis, e di conseguenza ai cittadini in ogni loro funzione pubblica.

Vuol dire molto semplicemente avere regole chiare, rispettarle e farle rispettare.

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