Il Potere è una brutta bestia. Tradizionalmente chi lo conquista tende ad eternarlo. Per questo indigna, ma non stupisce, l’intervento a gamba tesa su Raitre, fatto nel più puro stile berlusconiano dal deputato Pd, Michele Anzaldi. Sostenere che “il problema” della Rete e del suo tg è quello di “non  aver seguito il percorso del Partito Democratico” e di “non essersi accorti” dell’elezione di Matteo Renzi a segretario prima e premier poi, dimostra ancora una volta che in Italia la libertà di parola e di critica è un valore da difendere ogni giorno. Chiunque sia al governo.

L’attacco ha infatti un mandante preciso: il presidente del Consiglio. Il politico che sino a un anno fa attirava simpatie a destra e a manca ripetendo e twittando “fuori i partiti dalla Rai”, ma che quando è arrivato a Palazzo Chigi ha nominato nel Cda di viale Mazzini il suo spin doctor, Guelfo Guelfi, la vice responsabile cultura dei Dem, Rita Borrioni e Antonio Campo Dall’Orto, un manager tv presente in tutte le edizioni della Leopolda e forse per questo premiato con uno stipendio da 650mila euro l’anno. Una scelta oscenamente partitocratica seguita, il 21 settembre, da una direzione del Pd in cui il premier ha sfottuto pesantemente i talk-show per i loro ascolti e li ha pubblicamente accusati di disfattismo per un racconto del Paese “in cui tutto va male”.

Considerazioni pronunciate non per caso e non nel semplice esercizio del diritto di critica che in democrazia va riconosciuto anche all’uomo più potente di tutti. Con quelle parole Renzi, come sapeva bene, ha invece dato il via libera agli insulti del governatore della Campania Vincenzo De Luca contro Milena Gabanelli e Riccardo Iacona (“camorrismo giornalistico”) e alle minacce contro il direttore di Raitre, Andrea Vianello, pronunciate dal fedele Anzaldi (“ora è importante che non faccia altri errori”).

A oggi le differenze con l’escalation che portò all’editto bulgaro di Silvio Berlusconi e alla conseguente occupazione della tv pubblica, sono davvero poche. Anche se, conoscendo l’abilità politica del premier, immaginiamo che nei prossimi giorni o nelle prossime ore Renzi interverrà direttamente, o per interposta persona, per gettare acqua sul fuoco (questa vicenda non fa bene alla sua immagine) per poi lasciare che le cose facciano il loro corso. Del resto basta già ora parlare con i colleghi della Rai – che con tutti i giornali implorano di non essere citati – per capire quale clima di paura si respiri in azienda.

Obbiettare come fa qualcuno (con in testa i renziani) che in fondo Beppe Grillo e il M5S hanno lanciato strali più diretti e, secondo loro, peggiori nei confronti di giornalisti della tv e della carta stampata, non ha senso. E non tanto perché il Movimento non è al potere o perché quando si è trattato di scegliere un membro del Cda Rai, i 5 Stelle hanno fatto eleggere una personalità competente e indipendente come Carlo Freccero. Ma perché un comportamento che si ritiene sbagliato non ne può mai giustificare uno analogo.

Usare argomentazioni simili dimostra solo che si concorda con la continua e sfacciata occupazione dei media da parte della politica, di qualunque colore essa sia. Dimostra che si è nati per servire. Un po’ come tutti quegli esponenti ora silenziosi di un Partito che continua a dirsi Democratico, quando invece scambia la democrazia per la bestiale legge del più forte.

Ps: Alle 19 di mercoledì 30 settembre, come  previsto in questo post pubblicato 20 ore prima del suo intervento, il premier ha fatto marcia indietro: “Nessun editto bulgaro”. Nel pomeriggio il fedele Anzaldi  è addirittura arrivato a smentire le interviste da lui stesso rilasciate a diversi giornali. Nei prossimi mesi, come era in calendario, in Rai salteranno comunque una serie di teste. Ma con calma. In modo da non dover fare i conti con gli umori di un’opinione pubblica francamente sconcertata. Noi in ogni caso non ci stracciamo le vesti . Cose del genere sono sempre accadute a viale Mazzini. Chiediamo solo gentilmente un favore: dire se si può la verità. Non sostenere più che si vogliono i partiti fuori dalla Rai. Non per onestà, ma perché si fa una figura migliore.