Action at Volkswagen Dealer in Leeds
Correva il giugno 2011 quando una legione di sette bambini armati di spade laser affrontava un colosso dell’industria mondiale: il gruppo Volkswagen. Si trattava di un video che Greenpeace aveva realizzato parodiando la pubblicità della Volkswagen Passat: uno spot bellissimo, ispirato alla saga di Star Wars e lanciato dall’azienda tedesca acquistando lo spazio pubblicitario televisivo più costoso al mondo, quello del Super Bowl statunitense. Quello spot polverizzò ogni indice di viralità dell’epoca, ma la parodia di Greenpeace non fu da meno: fece il pieno di visualizzazioni tanto che, poche ore dopo il lancio, la Lucas Film, su pressione della stessa Volkswagen, ingiunse l’oscuramento alle principali piattaforme video del web. Era solo l’inizio di una campagna durata oltre due anni, per chiedere motori più efficienti, che garantissero un livello ridotto di emissioni di anidride carbonica e dunque fossero meno dannosi per il clima.

Greenpeace muoveva all’azienda accuse precise, contenute in un corposo rapporto: Volkswagen stava impiegando il suo enorme peso politico per fare lobby contro l’introduzione di norme più stringenti per l’efficienza dei motori; non aveva ridotto i consumi di carburanti dei suoi veicoli al ritmo tenuto dai concorrenti, benché si vantasse d’essere “l’azienda produttrice d’auto più eco-friendly al mondo”; non aveva introdotto la sua tecnologia a basse emissioni di gas serra (la “Blue Motion”) come equipaggiamento standard nella sua flotta, rivendendola semmai come optional di lusso a un costo fino a sei volte il suo reale valore.

Il fragoroso scandalo scoppiato in seguito all’investigazione dell’International Council on Clean Transportation (ICCT) negli Stati Uniti è invece cronaca di questi giorni. Stando ai più informati, sarebbe la prova ultima di un segreto non così occulto: da anni su molte case automobilistiche si addensano forti sospetti riguardo ai reali valori delle emissioni dei loro veicoli. L’industria automobilistica ricorre a molti trucchi pur di immatricolare modelli che in realtà non rispettano le varie norme nazionali sull’inquinamento: così, nei “cicli di misura” (i test ufficiali delle emissioni) si impiegano pneumatici a basso rotolamento e oli extrafluidi, si spegne l’alternatore, si usano pannelli aerodinamici nel sottoscocca e si alleggerisce il peso del veicolo, fino a privilegiare laboratori situati ad alta quota, dove l’aria è più rarefatta. Ma il metodo più diffuso potrebbe essere quello usato appunto dalla Volkswagen: inserire nelle centraline un software capace di segnalare l’esecuzione di un ciclo di misura, e solo in quel caso attivare la tecnologia per l’abbattimento degli ossidi di azoto.

Volkswagen "CO2 Das Problem" sticker action Volkswagen "CO2 Das Problem" Aufkleber Aktion

Questa storia ha direttamente a che fare con la campagna che vide Greenpeace opporsi a Volkswagen: l’azienda tedesca non è riuscita a trovare una quadratura del cerchio, ovvero garantire le riduzioni dei consumi tipiche dei motori diesel (che hanno una correlazione diretta con le emissioni di CO2) senza sforare le emissioni di NOX. E non riuscendoci, ha barato. Facciamo un salto, che al lettore apparirà triplo e carpiato, ma che tale non è. Parliamo sempre di bugie, e del combustibile (è il caso di dirlo) che in questo caso le alimenta: il profitto, il petrolio.

Nel 2014 Greenpeace ha presentato un rapporto dal titolo esplicito: “Le bugie dei petrolieri non finiscono mai”. È un buon compendio di casi tipici di molte delle istanze con cui le compagnie fossili chiedono di poter cercare ed estrarre idrocarburi nei nostri mari. O per brevità, una ridda di balle e imprecisioni, che vanno dal misconoscere che l’area dove si vuole trivellare (in quel caso il canale di Sicilia) sia interessata da fenomeni di vulcanesimo noti come “pockmarks”, che rendono tale zona ad alto rischio geologico, e dunque pericolosa per l’offshore; all’affermare che nelle aree dove si chiedeva di utilizzare l’airgun, i cetacei siano “scarsi”, facendo finta di ignorare che quelle aree sono riconosciute sia dalla Convenzione di Barcellona che da quella per la tutela dei mammiferi marini (Accobams) come meritevoli di salvaguardia per il loro alto valore biologico, in particolare proprio per la presenza di cetacei. In quel rapporto abbiamo quindi denunciato le bugie di chi voleva portare le trivelle in una vera e propria “culla marina” per la riproduzione di numerose specie ittiche.

 Che legame c’è tra le bugie delle case automobilistiche e quelle dei petrolieri? Non è difficile capire che le resistenze che il settore automobilistico oppone da sempre alla commercializzazione di motori più efficienti vanno anche a beneficio dei petrolieri. Chi costruisce automobili preferisce risparmiare in ricerca e aggiornamento della filiera; chi estrae petrolio e lo commercializza ha tutto da guadagnare da motori che consumano (e inquinano) di più. Il medesimo interesse, la stessa strategia: mentire.

 La soluzione qui la evochiamo solamente, ma è possibile e preferibile: rinnovabili ed efficienza energetica. L’era del petrolio dovrà finire molto prima dell’esaurimento dei suoi giacimenti.

 Andrea Boraschi – Campagna Energia e Clima, Greenpeace