Assecondare la tensione a trascendere del cliente è prassi ed istinto di ogni buon terapeuta. Prendersi cura della persona lascia il posto al prendersi cura per la persona e fornisce al professionista un funzionale prendersi cura di sé attraverso la persona.

Il concetto di trascendenza è utilizzato in filosofia e in teologia, indica una realtà che va oltre, al di là di questo mondo, qualcosa di non esattamente definibile perché superiore all’esperienza sensibile e alla percezione fisica umana. Spesso l’uomo, ad esempio, ha dato sfogo alla sua necessità di trascendenza attraverso le religioni e la creazione di divinità. Essi sono comunque solo alcuni dei modi possibili per incanalare il bisogno di trascendenza, atei ed agnostici provvedono in modi differenti e non meno validi.

Ognuno di noi è mancante in quanto essere finito, uno spazio corporeo con limiti fisici ben precisi ed una entità psichica che sembra al corpo indissolubilmente legata, almeno finché siamo su questa Terra. A qualche livello, sentiamo questa mancanza e tendiamo a provare a colmarla, pur sapendolo intimamente non possibile, ma troviamo in questo una ricerca di senso che permette di sostenere la vita. Quando il peso di questo cercare è insopportabile oppure qualche capacità è stata alterata e non permette di fare fronte ai nostri “ineluttabili limiti” si può cercare un aiuto. Esso non deve necessariamente provenire da un professionista della mente, a meno che non ci siano compromissioni importanti, in quel caso è caldamente consigliabile, ma può venire dalle “cose”. Lettura, scrittura, utilizzo delle potenzialità insite nel corpo sono, ad esempio, alcune delle “cose” che tentano di soddisfare il mio personale bisogno di trascendenza con risultati per me soddisfacenti.

Il terapeuta si trova inevitabilmente ad imbattersi, nel corso di una terapia, nel bisogno di trascendenza del cliente che spesso è vivibile dai sensi come una tensione invisibile, ma palpabile o forse meglio dire, con un gioco di parole, palpitabile in quanto avvertibile di sentimento più che di intelletto. Il cuore palpita quando la incontra perché richiama un destino e una traccia comune tra terapeuta e cliente, a separarli è solo un diverso livello di consapevolezza.

Qualsiasi sia il fine della terapia, la tensione a trascendere dovrebbe essere sempre facilitata e assecondata, è prassi, ma non può essere tecnica perché parte dall’istinto, dal percepire più profondo, direttamente collegato all’autentico sentire del terapeuta, è quel qualcosa senza nome che lo ha portato a scegliere ed esercitare la propria professione, dando così contenimento e direzione alla sua tensione a trascendere. Essa non si spiega, ma si ascolta, le si dà spazio, se la si mortifica essa si crederà sbagliata e potrebbe far fallire il senso ultimo della terapia che è quello di rendere la persona in grado di rinunciare alla terapia stessa perché ormai autonoma. Quando una buona psicoterapia finisce, terapeuta e cliente lo avvertono insieme e sono in grado di fare fronte a possibili resistenze e dubbi in poche sedute. Niente è lasciato al caso, purché al caso venga lasciato il tutto, intendendo con il caso le infinite possibilità che possono esternarsi in un individuo se si ha fiducia in quella che Carl Rogers chiama tendenza attualizzante, la capacità innata dell’individuo di direzionare le proprie potenzialità alla loro piena espressione e realizzazione, se immerso in un ambiente facilitante.

Non c’è liberazione se prima non si è in uno stato di tensione, tensione è proprio tendere verso una liber-azione, agire senza vincoli, mettersi in moto per giungere al massimo della propria espressività, al proprio essere sé stessi che rende indipendenti.