Nel tribunale dei social una bugia ripetuta diventa normalità: fermarsi e riflettere è già ribellarsi
C’è una cosa che sui social abbiamo imparato molto bene: a raccontarla per primi, una storia, spesso si vince. Non importa nemmeno che sia vera. Importa che funzioni. Bastano una vittima, un cattivo, un po’ di indignazione e qualcuno disposto a battere il primo colpo. Il resto viene da sé. La gente legge, si schiera, commenta. Qualcuno mette un cuore, qualcuno aggiunge un insulto, qualcun altro tira fuori una vecchia storia che non c’entra niente, ma che serve a sporcare ancora un po’ la faccia di quello che è stato indicato come il nemico.
In pochi minuti una persona può diventare un mostro. Senza processo, senza prove e senza che nessuno si sia preso la briga di chiedere: “Ma esattamente, che è successo?”.
È il tribunale dei social. E nei tribunali, si sa, conta molto chi parla per primo. La cosa più perversa è che spesso il carnefice non si presenta come carnefice. Si presenta come vittima. Prima ti colpisco, poi racconto che sei stato tu a farmi male. Prima ti delegittimo, poi dico che mi hai costretto a reagire. Prima costruisco il branco, poi racconto che ho paura del branco. E funziona, perché abbiamo una fame enorme di storie semplici: uno ha ragione, uno ha torto, uno è buono, uno è cattivo. Fine.
La vita, però, non funziona così. È piena di sfumature, responsabilità, errori, cose dette male e cose capite peggio. Sui social, invece, la sfumatura dura meno di un secondo. L’indignazione fa clic. E dietro molti di questi linciaggi digitali non c’è nemmeno l’improvvisazione. C’è una chat. Una chat privata, magari piccola, dove qualcuno decide che bisogna far passare un certo messaggio. Uno recupera una vecchia fotografia, un altro uno screenshot, un altro suggerisce cosa scrivere: “Non attaccarlo direttamente”, “Fai passare il concetto”, “Di’ che fa sempre la vittima”. E così il lavoro viene distribuito. Uno pensa, uno scrive, uno pubblica, gli altri arrivano. Il branco è già pronto. La chat è il retrobottega della piazza.
Poi, quando il branco scende in strada, sembra tutto spontaneo. Il pubblico vede cinquanta persone che dicono la stessa cosa e pensa: “Se lo dicono tutti, qualcosa di vero ci sarà”. No. Magari c’è soltanto una bugia raccontata cinquanta volte. E una bugia, quando viene ripetuta abbastanza, non diventa vera: diventa normale. Non ti devono convincere che sei colpevole. Devono soltanto fare in modo che gli altri smettano di considerarti credibile. Non discutono quello che dici, discutono chi sei. Se dici una cosa scomoda, sei invidioso. Se reagisci a un’aggressione, sei aggressivo. Se racconti di essere stato attaccato, sei un vittimista. Se provi a difenderti, sei un narcisista. Alla fine non importa più quello che è successo. Importa il personaggio che hanno costruito.
È qui che torna Camus: “Io mi ribello, dunque esisto”. Oggi quella frase sembra parlare direttamente a noi. Ribellarsi non significa necessariamente urlare più forte. A volte significa semplicemente dire no. No, questa storia non è andata così. No, non accetto che una folla sostituisca i fatti. No, non accetto che la tua versione diventi vera soltanto perché hai trovato cento persone disposte a ripeterla.
Il problema è che anche la ribellione può essere trasformata in una colpa. Se reagisci, sei rancoroso. Se protesti, sei ossessionato. Se continui a parlare, sei un vittimista. Se non lasci correre, “te la sei presa troppo”.
È un gioco perverso: prima ti provocano, poi aspettano la tua reazione e infine usano proprio quella reazione come prova contro di te. Basta una frase sbagliata, una risposta dettata dalla rabbia, una parola di troppo. Quella viene fotografata, isolata, condivisa. Tutto ciò che è venuto prima sparisce. Rimane soltanto la tua reazione. Così il carnefice riesce a diventare vittima: non deve dimostrare di essere innocente, deve soltanto riuscire a farti apparire peggiore di lui.
E il branco serve proprio a questo. Non soltanto ad attaccare, ma a dare coraggio a chi, da solo, forse non avrebbe il coraggio di fare nulla. È facile insultare quando sai che altri cinquanta stanno facendo la stessa cosa. È facile mettere un like, condividere, ridere e poi dire: “Io non ho fatto niente”. Ma anche il gesto piccolo, quando viene sommato agli altri, diventa qualcosa. Il branco è fatto anche di quelli che osservano, approvano in silenzio, capiscono che la storia non torna ma preferiscono non dirlo, perché è più comodo stare dalla parte della maggioranza.
Il vero pericolo, allora, non è soltanto il singolo odiatore. È quando la rabbia diventa organizzazione, l’organizzazione diventa consenso e il consenso comincia a sembrare verità. A quel punto non abbiamo più una discussione: abbiamo una condanna. La chat prima del commento, il messaggio privato prima dell’attacco pubblico, la frase studiata, la vecchia fotografia tirata fuori dal cassetto, la persona che arriva per prima a raccontare di essere stata ferita. E soprattutto quella frase apparentemente innocente: “Venite a vedere cosa ha scritto”.
È spesso lì che comincia tutto. Poi il branco fa il resto. E quando hai capito che il branco è arrivato, forse è già troppo tardi. Perché a quel punto non stanno più cercando la verità. Stanno cercando un colpevole. E quando un gruppo cerca un colpevole, la verità è quasi sempre la prima cosa che diventa scomoda.
Forse oggi ribellarsi significa anche questo: fermarsi. Non condividere subito. Non insultare. Non credere alla prima storia che ci viene raccontata. Fare una domanda. Chiedere una prova. E ricordarsi che dall’altra parte dello schermo c’è una persona, non un bersaglio, non un personaggio, non il cattivo della storia che qualcuno ha deciso di raccontarci. Una persona. In un mondo che vive di folle, algoritmi e verità confezionate, potrebbe essere già abbastanza per cominciare a uscire dal branco.