Due cuori e un mondo diviso a metà, unito da quattro fili rossi. È l’icona di Rete donne Berlino, l’associazione delle donne italiane emigrate in Germania. Due cuori, appunto, per un solo battito, quello della capitale tedesca, dove le nostre connazionali si sono rifatte una vita. Simbolo anche della solidarietà femminile che supera lingue, culture, frontiere. Centocinquanta iscritte, dalle ventiquattrenni alle over 60. Tutte laureate, tutte professioniste (e qualche ex in pensione). Sono fotografe, grafiche, illustratrici, architetti, avvocati, insegnanti, ricercatrici, psicologhe, giornaliste, danzatrici. C’è una sede, a Berlino, e quattro filiali, ad Amburgo, Francoforte, Stoccarda e Monaco. La rete è nata nel 2013 in pieno boom migratorio, vuole creare un collante tra le expat e diventare un punto di riferimento a trecentosessanta gradi. Di solito il primo contatto avviene tramite la pagina Facebook. “Riceviamo due/tre nuove richieste al giorno – dice Lisa Mazzi, 65 anni, la presidente, che ha lasciato la patria negli anni Settanta -. Ci chiedono come sbrigare alcune pratiche burocratiche, come cercare casa e lavoro. Arrivano qui perché in italia non riescono a realizzare i loro sogni, sperano di trovare più chance, soprattutto chi fa lavori creativi. È un salto nel buio, non hanno agganci, non sanno la lingua, si buttano e basta. Una web designer ci ha raccontato che è venuta qui perché quando ha deciso di partire il volo più economico era quello per Berlino”. Lei vive qui da oltre trent’anni. Si era trasferita per un dottorato di ricerca a Kiel, nel nord, dopo una laurea in lingue straniere a Bologna, e non se n’è più andata. È diventata professoressa di Scienze della traduzione all’università di Saarland e ha fatto famiglia.

Gli incontri di Rete donna sono mensili. Le referenti dei gruppi fanno un brainstorming via Skype sempre ogni 30 giorni. Una volta all’anno organizzano un convegno a tema. Quello del 2013 era dedicato alla violenza di genere. Nel 2014 alle nuove emigrate italiane in Germania. Quello di quest’anno, in programma a Stoccarda a novembre, affronterà i diritti nel rapporto di coppia in ambito transnazionale. “La donna con cittadinanza italiana sposata con un tedesco deve appellarsi al diritto italiano, in caso di divorzio e di affidamento dei figli per esempio – spiega Mazzi -. La legge tedesca è diversa, se è la moglie che lascia il marito e non ha figli minori, lui non è tenuto a girarle un assegno di mantenimento”.

Quei due cuori che si spartiscono il mondo sono opera di Giulia Filippi, 25 anni, che nel 2012 ha salutato Vicenza e si è sistemata a Berlino per fare l’artista. “In Italia è impossibile – racconta -, al massimo è un passatempo, mentre qui no, l’artista è un mestiere e io riesco a mantenermi”. Giulia di preciso fa l’illustratrice, si è laureata all’Istituto europeo di design a Milano, e dopo quattro mesi da cameriera ha capito che il tempo era scaduto e non era giusto ipotecare il futuro. “Ho preso un biglietto per Berlino e ho raggiunto mio fratello che viveva già qui. Lui fa il cantante e il cuoco”. In tre anni Giulia ha fatto una quindicina di mostre.  Lo sfondo di quei due cuori è un universo rosso come il sangue costellato di parole, le sue confessioni: “Mi sono ritrovata a un certo punto della mia vita dove mi sembrava di essere in un incubo in un paese che non mi dava niente e che mi aveva tolto ogni stimolo, per risvegliarmi qui come in un sogno in una città che mi ha ridato tutto”. I fili che uniscono le terre lontane rappresentano il dialogo interculturale che anima Berlino e che vorrebbe ci fosse ovunque. “Se questo posto rimane così io non lo lascerò mai. Qua è pieno di eventi culturali gratis. Sono felice, dico sul serio”. Fino allo scorso marzo ha lavorato in una galleria d’arte. Non ha mai smesso di fare servizi fotografici e oggi realizza grafiche per la stampa su borse e magliette.

Nel frattempo il suo nome è girato nel web e l’hanno cercata dall’Italia per illustrare le copertine di alcuni libri. Da oltre un anno anche lei fa parte di Rete donne Berlino. Ha progettato il logo e con la sua istallazione ha partecipato alla prima mostra dell’associazione, inaugurata il 31 maggio scorso presso il Museum europäischer kulturen, intitolata “Erfüllbare träume? italienerinnen in Berlin. Sogni realizzabili? Italiane a Berlino”. Sarà possibile visitarla fino a marzo 2016. “Sapevamo che il museo era alla ricerca di un modo per attirare gli immigrati, così ci siamo proposte per dare una mano – spiega la presidente -. Abbiamo esposto dieci opere, ognuna raffigura la biografia di una donna italiana arrivata in Germania negli ultimi cinque anni. Sono dieci scatole in plexiglass, con dentro una fotografia, un testo di presentazione, e degli oggetti che si sono portate dall’Italia, chi la bussola, chi dei gioielli”.

“Cercavo su internet dei gruppi culturali, avevo bisogno di sentirmi parte di qualcosa, e mi sono imbattuta in Rete donne Berlino”. A parlare è Dora Venturi, 59 anni, avvocato di Venezia, che nell’aprile 2014 ha mollato tutto per trasferirsi nella capitale tedesca. Ci era venuta in vacanza almeno tre volte. “Mio nonno era tedesco, emigrò nel 1925 a Venezia perché era ebreo, lì incontrò mia nonna. Ma in Germania non ho parenti”. Dora ha sempre difeso le cause femminili, ha anche fatto la consulente per un centro antiviolenza, oggi si è messa a disposizione dell’associazione. Appena sbarcata, si è iscritta a un corso di tedesco, cinque giorni alla settimana per sette mesi. Per socializzare frequenta i consigli di quartiere e le è capitato di fare la babysitter per i bambini della sua insegnante. Per il resto legge parecchio, va in bicicletta, va ai concerti e alle mostre. Da ottobre sarà in pensione. “Non mi lamento. La qualità della vita è alta, c’è tanto verde, tante attività culturali, e i prezzi sono un terzo di quelli italiani”. Quando torna in Laguna, confessa, “mi sento male, perché non faccio che sentire negatività, rancore, rabbia, scoramento. Ho la sensazione che le cose non cambieranno mai, la grande bellezza è la nostra società. Ma io non voglio assistere allo sfascio, per questo ho fatto le valigie”.