[Qui la prima parte del post]

Loro sazi, ma noi affamati: una massa affamata è una massa arrabbiata.
La pioggia scende ma non lava lo sporco, una pentola cuoce ma non c’è cibo per tutti.

A settant’anni dalla fine dell’ultima guerra mondiale, la Terra si trova nuovamente ad affrontare una fase cruciale della nostra storia, nella quale emergono con sempre maggiore evidenza quattro problemi prioritari: un’esplosione demografica senza precedenti (soprattutto in Africa ed in Asia), associata ad una cattiva gestione politica dei flussi migratori; un sistema economico globale spregiudicato, fondato sullo sfruttamento insostenibile delle risorse naturali e la conseguente distruzione dell’ambiente; la crisi della democrazia rappresentativa e la concomitante marginalizzazione della società civile nei processi decisionali, all’origine delle crescenti disuguaglianze e del malcontento sociale; infine, l’aumento costante dei conflitti legati ai primi tre fattori. L’attuale emergenza dei rifugiati e dei migranti, così come la crisi sociale ed economica in Occidente, altro non sono che le conseguenze del fallimento dei sistemi nazionali ed internazionale nell’affrontare queste quattro priorità.

Nel momento in cui l’Assemblea Generale si appresta a celebrare i settant’anni della fondazione dell’Onu proclamando nuovi “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” per tentare di dare alle emergenze globali una risposta un po’ più convincente di quelle passate, non pochi sono coloro che si chiedono se si tratterà di un vero cambiamento o invece, una volta di più, di semplice propaganda. Per questo motivo, come abbiamo spiegato nel nostro ultimo post, numerose voci cominciano a levarsi un po’ ovunque per chiedere che venga lanciato un vero e proprio “Piano Marshall per l’Africa” e per i paesi più poveri.

Un nuovo Piano Marshall per salvare il pianeta, già teorizzato da Al Gore fin dal 1990, avrebbe per obiettivi principali la stabilizzazione della popolazione mondiale e la promozione di un cambiamento radicale e sostenibile del sistema politico ed economico internazionale. Per realizzarlo, ci vorrebbero, prima di tutto, una reale volontà politica globale; e poi, finanziamenti all’altezza delle necessità. Si tratterebbe di costi da quantificare ma comunque molto elevati; eppure per coprirli sarebbe probabilmente sufficiente diminuire la spesa militare globale, che nel solo 2010 è stata di 1.629 miliardi di dollari, ovvero circa 12,5 volte più di quanto i paesi membri delle Nazioni Unite hanno investito nello stesso anno negli aiuti pubblici allo sviluppo.

Ma per fare sì che nuovi e maggiori investimenti portino i frutti da essi attesi, laddove gli investimenti e gli sforzi del passato hanno fallito, sarà indispensabile trarre alcuni insegnamenti da questi 70 anni di relazioni internazionali e di cooperazione allo sviluppo. A cosa sono serviti finora gli aiuti internazionali? E chi ne ha beneficiato maggiormente?

Malgrado quanto affermano i rapporti di Onu e Ong, che utilizzano spesso complessi e variamente interpretabili sistemi di misurazione dell’impatto del proprio operato, a giudicare dall’esodo di massa di profughi e migranti, essi sono serviti a poco: per lo meno in Africa ed in buona parte dell’Asia, la crescita demografica non è stata contenuta e lo sviluppo socio-economico e democratico non è stato realizzato.

Ma forse non è solo colpa dell’Onu e delle Ong (delle cui responsabilità torneremo a parlare in un prossimo articolo), se gli aiuti umanitari sono diventati la “foglia di fico virtuosa” di un sistema internazionale che poggia su basi assai meno generose di quelle che ci si vorrebbe fare credere: un sistema che con una mano elargisce, ma non tanto, visto che solo cinque tra i Paesi più ricchi (Italia esclusa) hanno mantenuto l’impegno di investire almeno lo 0,7 del Pil negli aiuti pubblici allo sviluppo; e con l’altra mano invece prende, e prende molto. In quali maniere?

In primo luogo, attraverso l’imposizione ai paesi più deboli di rapporti economici e commerciali squilibrati, come gli Accordi di Partenariato Economico UE-ACP, i quali, abbattendo ogni protezione dei settori produttivi e commerciali dei paesi Africani, dei Caraibi e del Pacifico (di per sé frammentati e poco competitivi rispetto al nostro), perpetuano in realtà la fragilità di quei Paesi, e la miseria, la disoccupazione e la dipendenza dei loro popoli.

In seguito, condizionando gli aiuti pubblici all’accettazione di programmi di aggiustamento strutturale che distruggono welfare, salute ed educazione, un po’ come quelli che si applicano ormai anche in Europa: in Grecia, in Spagna, in Italia…In Africa, questi programmi hanno impedito ogni possibilità di espansione di una classe media di consumatori locali su cui fondare lo sviluppo economico ed un commercio che non sia ridotto all’esportazione di materie prime ed all’importazione di prodotti finiti a condizioni definite dai succitati accordi di partenariato.

Ed infine, senza sorpresa, attraverso i rapaci investimenti delle società transnazionali, responsabili di pratiche che vanno dal land-grabbing allo sfruttamento insostenibile delle risorse quali petrolio, coltan eccetera; e che, accompagnandosi troppo spesso al commercio internazionale di armi e facendo ricorso alla corruzione, hanno in molti paesi rinforzato regimi cleptocratici ed autoritari e portato povertà, guerra e distruzione ambientale.

L’impatto combinato di questi fattori è stato ed è tuttora devastante e può aiutarci a capire meglio quello che spinge profughi e migranti a lasciare i loro paesi in rovina.

Chi ne trae dunque vantaggio? Anche se le responsabilità occidentali restano preponderanti, va sottolineato il peso sempre maggiore dei cosiddetti Brics o “poteri emergenti”, Cina in testa. E va pure ricordato che anche la maggioranza dei cittadini occidentali, lungi dal trarre beneficio da un tale sistema, è crescentemente vittima di simili politiche predatorie, tramite le quali, con il pretesto della crisi e dell’austerità, quanto è pubblico (salvo il debito) progressivamente diventa privato, mentre lavoro, scuola e salute sono diritti sempre meno tutelati anche da noi.

Piuttosto, la situazione giova, come già fu ai tempi della tratta degli schiavi e del colonialismo (tempi, da noi, di rivoluzione industriale, nei quali non in Pakistan o in Nigeria, ma nella “civilissima” e “superiore” Europa, bambini anche di soli 4 anni andavano in fabbrica o in miniera, invece che a scuola), alle nostre spregiudicate élites economico-politico-finanziarie che fanno affari con le corrotte élites africane, cercando di escludere, qui come in Africa, la gente comune da ogni possibilità di informazione, di partecipazione e d’influenza e provocando, grazie a media asserviti e servili, le guerre tra poveri che si disegnano minacciosamente all’orizzonte, con il concorso attivo della manovalanza neo-fascista, xenofoba e razzista. (Continua)