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Aiutiamoli a casa loro… meglio insegnare a pescare che regalare un pesce… eppure dopo oltre sessant’anni di cooperazione allo sviluppo, di ONU, UE e Banca Mondiale, ONG e missionari, insomma di fiumi di soldi pubblici che sono scorsi in Africa, più che allo sviluppo del continente stiamo assistendo, giorno dopo giorno, alla realizzazione della profezia fatta nel 1990 dal regista inglese David Wheatley nel suo semisconosciuto, visionario film “The March”.

“The March” racconta la storia di una immane Marcia verso l’Europa di milioni di africani, condotti da un leader chiamato Isa El Mahdi. Per bloccare l’esodo, il rappresentante dell’Europa (il “Commissario”) propone agli africani ingenti aiuti economici per i loro Paesi. Ma essi non si fidano e rispondono di avere il diritto di stabilirsi in Europa, perché, dicono, “siamo poveri per la stessa ragione per cui voi siete ricchi”: il saccheggio dell’Africa durante i lunghi secoli della tratta e del colonialismo.

Gli africani, che hanno visto alla TV la vita lussuosa degli europei, vogliono a loro volta partecipare al banchetto; ma il Commissario sostiene che dovrebbero piuttosto imparare a risolvere i loro problemi: “Abbiamo investito centinaia di milioni in Africa. E dove sono finiti? Ve lo dirò io: sono finiti nei palazzi presidenziali, nei carri armati, negli aerei da combattimento, nelle dighe gigantesche che non funzionano, nei beni di lusso dei vostri corrotti dirigenti, nei genocidi e nelle guerre tribali”.

El Mahdi risponde: “Ci chiedete perché stiamo venendo. Veniamo per farvi una domanda: perché voi avete così tanto e noi così poco? È forse perché siete persone migliori di noi? Avete forse fatto cose speciali, che vi rendono più meritevoli di noi? Se è così, diteci quali sono e le faremo. Ma forse non avete una risposta. Forse ci direte: Dio ha fatto il mondo così, non possiamo aiutarvi, andate a casa e soffrite in silenzio. Andate a casa e morite. Allora vi diremo: noi non abbiamo casa. Soffriremo qui di fronte a voi, moriremo per le strade d’Europa. Non abbiamo che il potere di scegliere dove morire. E tutto quello che vi chiediamo è di guardarci morire”.

Oggi, a venticinque anni di distanza, la Marcia profetizzata da David Wheatley si sta compiendo davvero, sotto i nostri occhi. Al di là degli elaborati indicatori statistici sviluppati dai tecnici del settore, la realtà che si presenta a noi senza più possibilità di dubbio è che il sistema della cooperazione allo sviluppo ha fallito, soprattutto in Africa; che non ha portato né benessere né giustizia sociale, non ha portato maggiore democrazia, e non ha portato la pace, visto che popoli interi sono in fuga.

Ora o mai più, è giunto il momento di cambiare rotta: tra pochi giorni, il 15 settembre 2015, comincerà la settantesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una sessione storica, che vedrà l’adozione dei nuovi “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, in sostituzione di quegli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”che, come tutto sembra indicare, dal 2000 ad oggi non sono stati realizzati.

Ma si tratterà, questa volta, di un vero cambiamento di marcia e di metodi, oppure soltanto dell’ennesimo espediente terminologico, di un gioco di parole per professionisti del settore?

Dalla proposta di un “piano Obama” invocata in Kenya durante la visita del presidente americano nella terra di suo padre all’appello di Monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, passando da Beppe Grillo, che propone un “Piano Merkel” “finanziato con una quota dei PIL nazionali da destinare all’Africa con una Commissione di controllo” ed accompagnato da misure quali “l’eliminazione della produzione di armi (l’Italia è la quinta produttrice mondiale) e la fine dell’ingerenza occidentale con missioni di pace e subordinazione totale agli interessi americani nel Mediterraneo e in Medio Oriente”, fino ad arrivare allo stesso vice segretario-generale ONU Philippe Douste-Blazy durante la sua recente visita a Lampedusa, un coro di voci si eleva oramai un po’ dovunque per chiedere un vero e proprio “Piano Marshall per l’Africa”.

Non è un’idea nuova, anzi fu lanciata nel 1990, lo stesso anno di “The March”, dall’ex vice-presidente americano Al Gore nel suo famoso libro “Terra in equilibrio”, in cui il futuro premio Nobel per la pace invocava l’adozione di un “Piano Marshall globale”, fondamento di un nuovo sistema economico mondiale inclusivo e sostenibile che salvasse il mondo, Terzo Mondo compreso, proteggendo l’ambiente e le sue limitate risorse a livello planetario.

Secondo Al Gore, le nazioni ricche dovevano investire fondi adeguati, almeno 70 miliardi di dollari all’anno (a titolo di paragone, la spesa militare globale nel 2004, senza contare il costo della guerra in Iraq, è stata di circa 1.000 miliardi di dollari), per realizzare cinque obiettivi strategici: primo, stabilizzare la popolazione mondiale; secondo, sviluppare rapidamente tecnologie sostenibili da un punto di vista ambientale e trasferirle alle nazioni più povere; terzo, realizzare un cambiamento radicale delle regole economiche in funzione delle necessità ambientali; quarto, negoziare ed approvare una nuova generazione di accordi internazionali; e quinto, lanciare un piano cooperativo per l’educazione dei cittadini del mondo alla protezione dell’ambiente del pianeta.

Ma al posto del Piano Marshall globale, furono adottati, dieci anni dopo, al Summit del Millennio del 2000, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, una soluzione di ripiego che non fece della gestione razionale delle risorse del pianeta una vera priorità trasversale, né fu sufficientemente sostenuta dagli Stati: nel 2013, solo cinque tra i paesi membri dell’OCDE avevano mantenuto l’impegno di dedicare lo 0,7% del proprio PIL agli aiuti pubblici allo sviluppo, e l’Italia si era fermata allo 0,16%. Non molto, se pensiamo che durante i quattro anni del Piano Marshall gli USA erano arrivati all’1,3%

Per aiutare gli Africani (e gli altri popoli in fuga) a casa loro, e frenare la grande marcia, c’è dunque bisogno, per prima cosa, di mettere fine a guerre ed invasioni (quelle vere, quelle in armi), al saccheggio insostenibile delle risorse di questi paesi e a questo sistema economico globale fondato sul conflitto permanente; e poi di finanziarne lo sviluppo in buona fede ed all’altezza delle necessità reali. Ma ciò potrebbe non bastare: cercheremo quindi prossimamente di continuare la riflessione sulle precauzioni da prendere per fare sì che un tale Piano Marshall per l’Africa e per i paesi più poveri funzioni, laddove gli investimenti e gli sforzi del passato hanno fallito.