Donne curde in lotta contro lo Stato Islamico

A quanto pare il Pentagono non sa che fine hanno fatto gran parte delle reclute siriane ed irachene addestrate per combattere lo Stato Islamico. La moderna guerra per procura in Medio Oriente è diventata un pozzo senza fine dove finiscono i soldi del contribuente americano, con risultati assolutamente mediocri. Dopo aver speso 42 miliardi di dollari per addestrare ed armare l’esercito iracheno, che alla vista dei guerrieri dell’Isis l’estate scorsa se l’è data a gambe, adesso l’amministrazione Obama ha avuto il via libera per spendere altre cifre non indifferenti per addestrare e armare milizie siriane ed irachene con risultati analoghi.

Che fino fanno le reclute che svaniscono? Una domanda che non solo Washington deve porsi, ma che pertiene a tutti i paesi della grande coalizione ed a quelli della Nato. Il problema va detto non è solo monetario ma strategico. A quanto pare infatti le reclute sono ben disposte a combattere il regime di Assad ma sono reticenti a lottare contro l’Isis. Gran parte dei futuri combattenti sono sunniti, gente che è stata oppressa dal regime sciita di Assad e che non vede lo Stato Islamico come un nemico. Certo questo è un bel problema, anche perché è probabile che le reclute ‘svanite’ nel nulla sono finite nelle file dello Stato Islamico, che invece ha apertamente dichiarato guerra ai governi sciiti siriani ed iracheni. Insomma alla fine addestriamo i nostri nemici.

La storia si ripete. Dopo aver addestrato e finanziato i mujaheddin in Afghanistan per combattere i sovietici, vinta Mosca i guerrieri musulmani si sono rivoltati contro l’occidente. Ma l’attuale guerra per procura nel Medio Oriente è infinitamente più complessa della Jihad anti-sovietica. Un tempo c’erano solo due super potenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, oggi ce ne sono tante, troppe, e il denaro scorre più copiosamente del sangue.

Altro problema non indifferente è la posizione dei curdi nella guerra contro l’Isis. Dopo le scaramucce militari e la tensione creatasi nelle ultime settimane tra Turchia e Kurdistan Iracheno, gli americani hanno pensato bene di cedere al governo di quest’ultimo la moglie di Abu Sayyaf, ex membro dell’esercito di Saddam Hussein e considerato il cervello strategico dell’Isis. Un gesto che legittima questo ‘semi-stato’ e che sicuramente ha adirato Ankara.

Dopo aver interrogato per due mesi la donna di nazionalità irachena, Washington ha deciso che se ne doveva occupare il Kurdistan. Una decisione che ha lasciato un po’ tutti di stucco e che mette a nudo le difficoltà legali che gli Stati Uniti hanno nel gestire questa guerra. Infatti non sapevano cosa fare di Umm Sayyaf, non potevano portarla a Guantanámo, né imprigionarla negli Stati Uniti, non volevano restituirla al governo di Baghdad, di cui chiaramente non si fidano, quindi non rimaneva che cederla al Kurdistan.

Intanto l’Isis continua la sua marcia verso l’egemonia politica della regione e del mondo musulmano. A un anno dall’inizio della campagna aerea, il territorio in mano allo Stato Islamico invece di diminuire è aumentato; nel Nord Africa, nel Sahel, in Yemen, in Pakistan ed Afghanistan, nel Caucaso e nel sud est asiatico, la bandiera nera del Califfato non solo ha fatto la sua comparsa ma un numero sempre maggiore di gruppi islamici l’ha adottata.

L’atteggiamento dei vari paesi musulmani coinvolti nella guerra per procura, sia quelli sciiti come l’Iran e quelli sunniti come l’Arabia Saudita, continua ad essere profondamente ambiguo. Tutto ciò sta trascinando nel conflitto paesi limitrofi, ad esempio la Turchia.

L’opzione armata, dunque, che costa al contribuente occidentale grandi quantità di denaro, non funziona. E si badi bene, anche noi italiani che ufficialmente non armiamo e non addestriamo le reclute, paghiamo indirettamente il fallimento di questa politica e lo facciamo con i riscatti per portare a casa i nostri connazionali finiti nelle mani dei gruppi armati seguaci dell’Isis.

Ma in questa estate torrida nessuno ha voglia di affrontare questo problema, se ne riparlerà, però, in autunno, durante la campagna elettorale americana. Allora si che il dibattito si farà acceso.