“Sul pianeta lo spreco annuo di cibo, dal residuo in campo alla produzione e distribuzione, allo spreco domestico, vale ogni anno 1,3 volte l’intero Pil italiano, ovvero 2.060 miliardi di euro”. I dati Fao sono un vero e proprio campanello d’allarme. A questi si aggiungono i risultati della ricerca La povertà alimentare in Italia, presentata a Expo dal Banco alimentare, che descrivono il nostro Paese come molto vicino alla Grecia in questo campo: “Una persona su 10 soffre di povertà alimentare e non è in grado di permettersi un pasto regolare, di questi 1 milione e 300 mila sono minorenni. Quattordici famiglie su 100 non possono permettersi un’alimentazione equilibrata con cibo proteico almeno ogni due giorni. In Grecia il dato è simile (13,8%), mentre in Francia è 7,4% e in Spagna 3,5%”. Eppure, secondo stime della Coldiretti, “riducendo di appena il 25 per cento gli sprechi di cibo degli italiani sarebbe possibile imbandire adeguatamente la tavola di circa 5 milioni di persone costrette a chiedere aiuto per il cibo con pacchi alimentari o pasti gratuiti”. Il cuore della questione è questo: la lotta allo spreco.

La proposta di legge Spreco Zero: meno burocrazia e incentivi fiscali per chi dona – E se il primo segnale concreto arriva dalla Francia, con l’approvazione di una legge che introduce il ‘reato di spreco’, in Italia Carlo Petrini, patron di Slow Food, fa da eco al messaggio che arriva da oltralpe invocando una legge sul modello francese. Intanto, in concreto, sono allo studio alcune proposte di legge. Una di queste è “SprecoZero”, depositata alla Camera dai deputati Pd Maria Chiara Gadda e Massimo Fiorio il 17 aprile scorso. “L’idea alla base è quella dell’economia circolare, con al centro la sostenibilità del sistema”, spiega Gadda, relatrice della legge. Due le priorità: “Prevenzione, anche attraverso l’allungamento del ciclo di vita dei prodotti e donazione delle eccedenze a scopo benefico. Con un fondo destinato alla ricerca e alle attività degli enti locali”. Tra gli altri punti: riduzione della burocrazia per chi decide di donare, coinvolgimento nel processo di donazione di altri soggetti oltre alle onlus, ma anche incentivi di tipo fiscale come uno sconto sulla parte variabile della tassa dei rifiuti e premi per le imprese virtuose, cioè quelle che “inseriscono innovazione che riduca gli sprechi nei processi produttivi”. In più, interventi per favorire la trasformazione dei prodotti non più utilizzabili. “Sarà utile definire un quadro omogeneo su tutto il territorio nazionale, dove ancora esistono differenze tra le regioni sull’interpretazione che le Asl danno del processo di donazione”. La proposta dovrebbe iniziare il suo iter in commissione Affari sociali a luglio e essere il punto di partenza per poi arrivare a un testo base unificato per una legge italiana.

Anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva parlato di una proposta di legge ad hoc per risolvere il problema spreco, non basata però su quella francese. “Pensiamo innanzitutto a una serie di misure di semplificazione per rendere più facile la donazione degli alimenti invenduti”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Dobbiamo inoltre dotarci di target misurabili e trasparenti sulla riduzione degli sprechi e delle perdite durante la filiera. Sono al lavoro la nostra Consulta permanente del piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare (Pinpas) insieme al comitato di coordinamento operativo nell’ambito del Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti”. Si pensa poi di arrivare “a una sintesi delle varie proposte”. Ma l’incertezza è nei tempi: all’inizio il governo aveva pensato a un decreto legge, ma il ministro assicura che ci sarà un disegno di legge. “Vedremo la risposta del Parlamento, ma io spero che l’Italia possa dotarsi di una legge entro i primi mesi del 2016”, assicura Galletti.

Il nostro Paese ha però bisogno di interventi urgenti, spiega la ricerca sulla povertà alimentare presentata a Expo. Che evidenzia come il “volto quotidiano della povertà” abbia come causa principale la “perdita di lavoro”. Così sono sempre di più coloro che ricorrono a enti caritativi. E a preoccupare è soprattutto la cronicizzazione della necessità: “Nel 2014 il 47% degli enti non ha segnalato persone uscite dalla condizione di bisogno, percentuale che sale al 57% nelle aree del sud dove la povertà è quantitativamente più diffusa e più persistente”, si legge nel report.

Ma per Segrè (Last minute market) contro lo spreco domestico non serve una legge – C’è però anche un’altra faccia della medaglia: gli italiani continuano a sprecare troppo. Prendendo come metro di paragone il Pil, lo spreco domestico ne vale ben lo 0,5 per cento. Insomma le famiglie italiane ogni anno gettano 8,1 miliardi di euro nella spazzatura, nel vero senso della parola. “Si può recuperare tutto, dal campo fino al ristorante. Ma consumo domestico costituisce il vero spreco. E qui si può solo fare prevenzione con l’educazione”, spiega a ilfattoquotidiano.it il professor Andrea Segrè, fondatore di Last Minute Market e coordinatore del Pinpas. “Sarebbe sbagliato oltretutto proporre in Italia un modello che definisce lo spreco come reato, perché, a mio parere, prevenire è meglio che punire. In sintesi estrema, non avremmo neanche bisogno di una nuova legge, ma servirebbe che le istituzioni dialogassero di più su ciò che già c’è. Ci sono alcuni punti fondamentali che vanno considerati: incentivazione alle imprese ed educazione per le famiglie, perché è sbagliato colpire la distribuzione, già minacciata dalla crisi e dove si recupera ciò che si può”.

Soluzioni dalla società civile – Anche il terzo settore cerca di dare risposte al problema. Sono numerose le iniziative, a partire dalla campagna ‘un anno contro lo spreco’, di Last Minute Market, nell’ambito della quale vengono promossi ‘i diari dello spreco’, che impegnano un campione di famiglie nel monitoraggio dello spreco domestico. O l’esperienza di Siticibo dell’associazione Banco Alimentare, che recupera cibo cotto e fresco in eccedenza sia dalla ristorazione organizzata che dalla grande distribuzione: nel 2014 ha “salvato” più di 1 milione di piatti pronti e 4.307 tonnellate di cibo. Il problema è che l’emergenza si fa sempre più pressante: “Il 65% degli enti convenzionati con Banco Alimentare ha dichiarato un aumento tra moderato e forte dei propri assistiti e il 66% delle strutture non sarebbe in grado di aiutare un numero maggiore di persone”, si legge nella ricerca. Intanto si moltiplicano le app contro lo spreco: per esempio MyFoody, una piattaforma per prenotare cibi a rischio scadenza dai negozi più vicini, I food share e Ratatouille, che permettono di mettere online cibo da condividere e scambiare.