“Renzi mi ha detto di stare sereno. E io lo sono davvero”, a dirlo è Michele Adinolfi, attuale numero due della Guardia di finanza, protagonista con il premier delle intercettazioni pubblicate sul Fatto Quotidiano. Adinolfi fu indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio nell’inchiesta giudiziaria P4 della procura di Napoli e ricorda: “Ha segnato la fine della mia carriera. È stato un dramma in cui sono rimasto stritolato da una guerra più grande di me e da cui sono uscito a testa alta”.

“La storia di questi giorni – ha commentato a Repubblica l’alto ufficiale – se non fosse per la sovraesposizione mediatica, è banale”. Con Matteo Renzi e Luca Lotti, il suo braccio destro “siamo diventati amici” solo quando “sono arrivato a Firenze nel 2011 come comandante interregionale di Toscana, Emilia, Marche. – spiega – Erano i miei interlocutori istituzionali”.

Nel mirino sono finite diverse intercettazioni. La telefonata che ha destato più scalpore è quella fra Renzi e Adinolfi “Letta è incapace“. Ma sono state pubblicate anche la conversazione fra lo stesso Adinolfi, Lotti e Mario Fortunato, ex capo gabinetto di Giulio Tremonti alle Finanze e quella in cui secondo Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e delegato per la Legalità di Confindustria nazionale, Adinolfi ha evocato ombre su attività e “conflitti d’interesse” di Giulio Napolitano, figlio dell’allora presidente della Repubblica. Pasquale Ciccolo, procuratore generale della Corte di cassazione, sta svolgendo accertamenti preliminari sulle intercettazioni e Adinolfi chiede di ascoltare proprio quest’ultima chiamata perché “sono convinto che quelle frasi, che sicuramente saranno state pronunciate, non siano mie. Io non conosco Giulio Napolitano e non avrei mai potuto permettermi di dire nulla del mio presidente”.

La vicenda che lo coinvolge ha fatto emergere ombre sulla sua posizione. E facendo sospettare che i suoi fitti rapporti con alti esponenti istituzionali abbiano creato una rete relazionale per i propri interessi. Adinolfi respinge ogni ipotesi: “E cosa avrei ottenuto da Renzi? O cosa avrebbero ottenuto Renzi e Lotti da me? A Firenze, per dirne una, non ho mai seguito né voluto sapere alcunché dell’inchiesta sulla casa di Marco Carrai abitata da Renzi. E, lo giuro sui miei figli, né Renzi né Lotti mi hanno mai parlato di Carrai. Io rispondo dei miei atti – spiega – non delle mie amicizie, perché respingo il teorema che sarebbero indizio o prova di coperture”. E attacca: “Se qualcuno è in grado di dimostrare che io sia venuto meno ai miei doveri di ufficio nei confronti dei politici con cui nel tempo ho avuto necessariamente rapporti, sono pronto a pagare duramente”. Renzi al momento delle telefonate incriminate era ancora sindaco di Firenze, “non dovevo avere rapporti? È colpa mia se, nel 2014, il mio sindaco è diventato Presidente del Consiglio?”.