Licenziamenti più facili, espansione del precariato e contrattazione ai minimi termini. Benché diversa nei tecnicismi, dal punta di vista degli obiettivi finali la riforma del lavoro imposta alla Grecia dalla Troika non sembra poi così lontana dal Jobs Act italiano. “L’obiettivo della legge era una maggiore mobilità dei lavoratori, con incentivi alle assunzioni e una diminuzione di costi e oneri dei licenziamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Kostis Bakopoulos, avvocato giuslavorista greco intervistato a margine del convegno milanese dell’Agi, Avvocati giuslavoristi italianiAnche la riforma firmata da Giuliano Poletti, con il contratto a tutele crescenti ha reso più semplice, per l’imprenditore, lasciare a casa il dipendente. In Italia, però, si è andati oltre visto che Atene non ha toccato il diritto al reintegro del dipendente in caso di licenziamento illegittimo. Per il resto la rivoluzione greca del diritto del lavoro negli anni della Troika è stata decisamente variegata e capillare.

Innanzitutto, sono state alzate le soglie per i licenziamenti collettivi, ampliando così l’ambito di applicazione dei provvedimenti individuali, meno vincolati dalla negoziazione sindacale e più facili da attuare. A queste modifiche si aggiungono i tagli al termine di preavviso e all’indennità corrisposta in caso di licenziamento, la possibilità di rateizzare la buonuscita, l’estensione del periodo di prova da due a ben 12 mesi dopo l’assunzione, l’abolizione di regimi speciali con maggiori tutele per specifiche categorie di lavoratori, come insegnanti e dipendenti pubblici.

L’altro punto cardine delle riforme chieste dalla Troika in Grecia è stato lo spostamento della contrattazione verso il livello aziendale. “L’obiettivo delle leggi è stato quello di decentralizzare il processo. Ora gli accordi collettivi a livello aziendale prevalgono su quelli di settore”, precisa Bakopoulos. Per raggiungere questo obiettivo, i governi che si sono via via succeduti hanno rotto il sistema dell’applicazione erga omnes degli accordi collettivi, congelato gli aumenti automatici di stipendio basati sul’anzianità, attribuito la determinazione del salario minimo al governo e non più al contratto collettivo nazionale.

Una strada, quest’ultima, che non dispiace affatto a Matteo Renzi il quale non fa mistero di sognare un “sindacato unico”. Del resto la via era già stata segnata dalla Bce nella famosa lettera firmata Jean-Claude Trichet e Mario Draghi e inviata all’allora premier Silvio Berlusconi nel 2011 nella quale si chiedeva, tra il resto, di “riformare la contrattazione collettiva”. Pronta la risposta con un decreto che ha previsto che i contratti aziendali e territoriali operino “anche in deroga alle disposizioni di legge” in materia di mansioni, orari di lavoro, assunzioni e licenziamenti, “ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Renzi, quindi, ha solo raccolto il testimone e la prossima tappa prevede che le parti sociali raggiungano entro settembre un’intesa su un nuovo modello di contrattazione riorientato verso il livello aziendale e sul salario minimo. Se ci saranno ritardi, sarà l’esecutivo a intervenire in questo senso.

Tornando in Grecia, il quadro delle riforme chieste dai creditori si completa con altri provvedimenti che vanno nel senso di una maggiore flessibilità e, quindi, di una più accentuata precarietà del lavoro. E’ stata estesa la durata massima del lavoro interinale e dei contratti a termine consecutivi, che passa da due a tre anni. Ora l’impresa in caso di crisi aziendale può unilateralmente introdurre il lavoro a rotazione, che corrisponde a meno ore per meno salario. A questo si aggiungono il taglio delle retribuzioni per gli straordinari e la possibilità di modifiche più flessibili dell’orario di lavoro.

Gli effetti sull’economia ellenica sono sugli occhi di tutti, mentre gli esperti greci si dividono. “Alcune riforme, specialmente quelle sulla contrattazione, erano e sono ancora necessarie in Grecia – sostiene Bakopoulos – Perché avevamo un sistema inflessibile come nessuno in Europa. I salari continuavano ad aumentare senza seguire la produttività delle aziende. Bisognava cambiare qualcosa”. D’altra parte, il legale ammette che “queste riforme non hanno stimolato ancora la crescita. Ma la ragione principale dello stallo è l’incertezza sull’economia greca, il suo sistema bancario e il suo futuro come Paese dell’Eurozona”. Di tutt’altro avviso è Georgios Dassis, sindacalista e presidente del gruppo lavoratori del Comitato economico e sociale europeo. “Le misure anticrisi messe in atto in Grecia su richiesta della Troika hanno colpito direttamente l’occupazione e la situazione sociale del Paese – spiega Dassis – Immediatamente sono stati applicati licenziamenti collettivi, alle diminuzioni di salari e pensioni si aggiunge la situazione disastrosa del sistema sanitario. Queste misure draconiane non solo non hanno apportato nessun miglioramento, ma gli squilibri strutturali, l’evasione fiscale, il debito pubblico si sono aggravati”.