Putin-Tsipras-Merkel. Ossia, la Grecia tra Scilla e Cariddi. Oppure: sul filo del rasoio. Titoli più frequenti: “Grecia, ultimo appello”. “Sotto il segno di Grexit” (riferito ai mercati azionari). “Grecia: dieci giorni per evitare il peggio” (oggi sono nove, ndr.). Fate voi. L’esperto economico di Sky News, da Londra, si domanda: “Ma qualcuno un piano sulla crisi greca ce l’ha per davvero?”. L’Agipro, l’agenzia di stampa Giochi e scommesse, riferisce che a poche ore dall’incontro dell’Eurogruppo (lunedì 22 giugno, ndr.), convocato d’urgenza per tentare di sbloccare le trattative fra il governo ellenico e i creditori, i bookmaker sono abbastanza pessimisti sull’esito del summit: “Il destino della Grecia appeso ad un filo” (altro réfrain molto in voga). Dove scoveranno gli 1,6 miliardi di euro delle rate dei prestiti di giugno? Nell’incertezza, i bookies hanno ritoccato le quote sull’uscita dall’euro entro la fine del 2017 – che agonia, altri diciotto mesi di tira e molla…Quindi sul tabellone di Paddy Power quest’ipotesi è data a 2,10. La conferma del default greco entro la fine dell’anno da parte della Commissione Europea è quotato a 2,50, il ritorno alle urne in Grecia sale a 3,00. Quanto al controverso ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, l’addio all’incarico entro la fine dell’anno è “bancato” a 1,66, la possibilità che invece resti al suo posto sale a 2,10.

I bookmakers hanno le orecchie lunghe, non rischiano la bancarotta, a differenza di Atene. Alla vigilia del vertice di Bruxelles, l’ineffabile Varoufakis si permette ancora di spingere all’angolo del ring la cancelliera tedesca Angela Merkel, “la sua sarà una scelta decisiva”, ineluttabile. Se la Grecia fallisce, sarà uno sconquasso. Muoia Sansone con tutti i Filistei. Certo, la Grecia dovrà sottoporre nuove proposte all’Ue, per strappare sul filo di lana (ormai la vicenda Grexit è tutta una corsa all’ultimo respiro). L’editoriale di Le Monde, che è probabilmente il più prestigioso quotidiano dell’Europa Continentale, sottolinea che “un Grexit sarebbe un terribile scacco per l’Europa”.

Varoufakis sfrutta questo incubo, ricorda che la Merkel, nel cruciale appuntamento di lunedì a Bruxelles, dovrebbe assumersi pienamente le proprie responsabilità, lei può essere l’artefice di “accordo onorevole con un governo che ha rifiutato il ‘programma di salvataggio’ e aspira ad una soluzione negoziata”. Può anche però cedere alle “sirene del suo governo che l’incoraggiano a sbattere fuori il solo governo greco che è fedele ai suoi principi e che può condurre il popolo greco sul cammino della riforma”, ha scritto stamani il ministro greco in un commento apparso sulle pagine dell’influente quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Insomma, al di là della spettacolare ma sterile comparsata a Mosca e San Pietroburgo di Alexis Tsipras che minaccia l’Occidente di portare la Grecia tra le braccia (a dir la verità, non proprio spalancatissime) di Putin, c’è ancora l’estremo tentativo da parte di Atene di strappare “qualche concessione” in cambio di promesse credibili su un ulteriore riduzione delle spese e su riforme davvero strutturali. Purtroppo, a complicare le cose, c’è stata l’affannata corsa dei giustamente diffidenti greci a ritirare i loro depositi, in una settimana sono spariti dalle casse delle banche oltre due miliardi e mezzo di euro. Il che la dice lunga sulla fiducia che l’elettorato greco ha nei confronti di Tsipras: l’idillio pare agli sgoccioli, come certi flirt che sbocciano d’estate e appassiscono in autunno.

Tsipras, a ben vedere, non ha che la scelta del suo carnefice: l’Fmi, che ha accusato d’essere una banda di “criminali” (discorso in Parlamento, 16 giugno); la Commissione Europea (che chiede ulteriori interventi sulle pensioni per ridurre la spesa, misure fieramente respinte da Tsipras, perché altrimenti perderebbe lo zoccolo duro del suo elettorato). E l’enigmatico Vladimir Putin, che vede nella crisi greca la possibilità di replicare – più politicamente che economicamente – alle sanzioni, alle pressioni americane, alla questione nodale delle forniture di gas all’Europa, la vera spada di Damocle che incombe sul collo dei Paesi che ne dipendono strategicamente: in primis Germania, Italia, Olanda.

E allora, diamo un’occhiata a Mosca. Ria Novosti, la principale agenzia di stampa (controllata dal Cremino) riporta le fasi cruciali della crisi greca, le prospettive del summit di Bruxelles, la scadenza fatale del 30 giugno, ossia il pagamento della tranche di 1,6 miliardi di euro, soldi che Atene non ha. Riporta la posizione intransigente della Merkel, colei che dirige l’orchestra Eu, e agli interessi tedeschi. Pur di salvaguardarli, si vuole condannare i greci a rimborsi perpetui, spolpando i pensionati. La loro miseria. O la dipendenza di tutti i dodici milioni di greci al volere di Berlino. La Tass, altra storica agenzia di stampa russa, enfatizza la solita dichiarazione del governo russo (a mia memoria, è ormai la terza volta). Il vicepremier Arkadij Dvorkovich annuncia che Mosca è pronta a concedere un aiuto finanziario ad Atene. Di quanto, non è detto. Parole. Come quelle pronunciate da Putin, durante la seconda giornata del Forum economico di Pietroburgo, sorta di Davos alla russa (lì Vladimir Vladimirovic è giunto in ritardo di soli trenta minuti…): “Se l’Unione europea vuole che la Grecia ripaghi i suoi debiti, dovrebbe favorire la ripresa della sua economia”. Nulla da eccepire: lo pensano tutti.

La critica putiniana alla astiosa gestione della crisi del debito di Atene è condivisa da molti, in Europa. La Germania ha fatto quello che ha voluto, negli anni Novanta. Ha spinto i greci a mettere in piedi i Giochi Olimpici, obbligandoli di fatto ad indebitarsi soprattutto con le banche tedesche. Ha chiuso gli occhi su corruzione e evasione fiscale. Ha lasciato che Atene e Cipro divenissero piattaforme finanziarie compiacenti per gli oligarchi russi. Adesso vorrebbe far ricadere gli oneri della crisi su tutta la Ue. I creditori (Bce, Fmi, Commissione Europea e gli stati membri) sono riusciti a trasformare questi cinque lunghi mesi di trattative in devastante incertezza, di fatto alimentando la recessione dell’economia e la fuga di capitali (valutata in oltre 30 miliardi di euro), mettendo con le spalle al muro il governo Tsipras e riducendo all’osso il bilancio statale. Una drammaturgia che è culminata con il capolavoro mediatico di screditare Syriza, il partito della rabbia greca e di Tsipras, facendolo diventare il partito colpevole dello sfascio, perché irresponsabile e incompetente.

Per questo, il premier greco si è recato di nuovo da Putin, in nome della fratellanza ortodossa e dell’antico legame culturale. Il presidente russo non si è fatto pregare, ma, da buon giocatore di poker, non si è esposto più di tanto. Anche perché i soldi da dare ad Atene sono tanti, troppi persino per Mosca. Così, si è limitato ad un accordo strombazzato come “storico” (secondo la scuola propagandistica di stampo sovietica), che prevede il passaggio sul territorio ellenico del metanodotto di Gazprom diretto in Europa. L’opera da 2 miliardi di euro, finanziati interamente dalla Russia, dovrebbe essere completata entro il 2019, ha aggiunto Putin (tra l’altro, pure la Bulgaria ha chiesto alla Russia di costruire un nuovo gasdotto sul suo territorio, come riporta la Tass nella sezione economia).

Alla Grecia? Spiccioli, e l’umiliazione che il gasdotto si chiami “Turkish stream”. Alla Russia, un enorme vantaggio strategico. Come contentino, il furbo Putin ha detto ai giornalisti che l’Europa “dovrebbe applaudire la nostra intenzione di creare nuovi posti di lavoro in Grecia”. In verità, Tsipras si aspettava annunci più concreti… La beffa è che a fare la parte del leone è la banca russa VEB (Vnesh Ekonom Bank), coi concorrenti della VTB (Vnesh Torg Bank) che vorrebbero partecipare all’abbuffata ma che per il momento ne sono stati esclusi. Putin bada al suo gregge.

Quanto a Tsipras, ha ingoiato il rospo: “Il cosidetto problema greco non è un problema greco, ma di tutta l’Ue: non possiamo continuare a portare i fardelli del passato o siamo condannati al fallimento”. Il portavoce del Cremlino ha spiegato che Mosca “ha considerato l’idea di aiutare Atene” con un finanziamento ulteriore, come ha promesso il vicepremier Dvorkovich, “sono nostri partner commerciali, si tratta di una prassi normale”. Tutto qui. Neppure i “fratelli” russi vogliono inoltrarsi sul sentiero che porta al baratro.