Il fascino di rettili giganteschi e ostili estinti milioni di anni fa è senza tempo. Se n’è convinto per la quarta volta Steven Spielberg, che in questo ventennio senza dinosauri ha sentito molto, troppo spesso la stessa domanda dei suoi fan: “A quando un quarto Jurassic Park?” Così ha chiamato il socio Frank Marshall della Amblin mettendo insieme persone e idee per una nuova avventura su Isla Nublar. Ora finalmente esiste il parco sognato dal fondatore col sorriso di Richard Attenborough: il Jurassic World. Del suo anziano miliardario resta solo una statua in bronzo nel ciclopico parco a tema, e a finanziare il tutto un nuovo magnate nel quale convivono saggezza asiatica e opulenta ingenuità occidentale.

Se 22.000 visitatori vi sembran pochi, vedrete cosa succede quando il nuovissimo genoma progettato in laboratorio dà alla luce un dinosauro fratricida che sparisce dal suo recinto, in barba ai controlli del personale gestito da un poco raccomandabile Vincent D’Onofrio. Proprio lui scambia con l’eroe Chris Pratt elucubrazioni guerresche contro teorie su gruppo, leadership, istinto e controllo: midollo “morale” del film. Il corollario di personaggi è ben assortito. Si va dai fratellini in visita dalla zia troppo presa dal lavoro per filarli (una Dallas Bryce Howard coi tacchi d’acciaio) allo scienziato fintamente ingenuo; dal guardiano francese e generoso Omar Sy allo spiritoso tecnico dal volto di Jake Johnson. Il valente Colin Trevorrow lo aveva già scelto per il suo primo lungometraggio Safety not guaranteed.

Occasione d’oro per il regista quasi esordiente era quella di ricostruire uno degli ultimi miti del cinema. E uno cresciuto a pane e Spielberg come Trevorrow ci riesce con uno sguardo quasi identico a quelli del suo mentore. Si va da panoramiche e action sul mondo dei dinosauri alle scene d’inseguimento tra le pesanti porte in chiusura alla Indiana Jones, passando per la sontuosità dei rettili più grossi e i bei quadri tensivi tra il domatore-alfa Pratt e i suoi raptor segugi. Le girosfere, veicoli trasparenti per visitare il parco, citano al più e meno inconscio pubblico della Industrial Light & Magic – che a dicembre uscirà anche con Star Wars VII – un nuovo droide con la stessa sfericità. Nello stesso tempo rimpiazzano per un po’ le jeep di vent’anni fa.
Tutto fedele alla linea, ma quelle minuzie tensive come i bicchieri d’acqua che vibravano sul cruscotto ai passi del T-Rex nel ‘93, o i respiri affannosi e sotto la pioggia ad aspettare che il rettilone di turno non si accorgesse di una presenza sapevano emozionare più dell’effetto Wow ricercato oggi da film e autori.

Poi ci sono le comparse. Si, loro. Quelle che attaccate dagli pterodattili scappano in massa correndo garbatamente. “Senza inciampare mi raccomando! L’assicurazione non vi copre tutto!” Si potrebbe immaginare di udire da una maestranza sul set. La flemma irreale dei personaggi di sfondo rimane legata al secolo scorso, ma oggi sa di edulcorazione mirata alla conquista del pubblico bambino nella guerra/vendita del merchandising. E che dire delle attese. Bloccati e feriti per ore durante le avventure dei protagonisti, i nostri figuranti sono pazienti, appena impauriti, rassegnati. Quasi paciosi. Fuori dal cinema confrontateli con il vostro vicino di semaforo rosso. Sono forze della natura come Pratt e Howard le vere stelle. Lui racchiude lo spirito degli Indy e dei Han Solo degli anni ottanta: bullo e ironico come da copione. Lei sboccia dall’antipatia all’eroismo in maniera brillante correndo sui tacchi tra i boschi, senza metafore. Saranno mica loro l’effetto Wow?