Due giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato, con 341 voti favorevoli e 281 contrari e su proposta della socialdemocratica tedesca Maria Noichl, una risoluzione sulla strategia dell’Unione Europea sulla parità tra uomini e donne dopo il 2015 (2014/2152(INI)). Tale risoluzione è stata riferita nelle cronache italiane come un importante documento in materia di diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT), ma in realtà è molto più di questo: è un vero e proprio manifesto della parità di genere.

Il diritto alla parità di trattamento”, recita il primo considerando (A) della risoluzione, “è un diritto fondamentale riconosciuto dai trattati dell’Unione, emblematico e profondamente radicato nella società europea, imprescindibile per l’ulteriore sviluppo di quest’ultima, che dovrebbe applicarsi tanto nella legislazione, nella pratica e nella giurisprudenza quanto nella vita reale.”

È questo infatti il tratto più significativo del documento che, con buona pace dei timorosi di cataclismici sconvolgimenti sociali, non è vincolante ma costituisce un’importante piattaforma giuridica di partenza per eventuali proposte della Commissione, che finora se n’è occupata troppo timidamente, e per interventi politici e normativi degli Stati membri sul tema.

Vi sono diversi aspetti sui quali il Parlamento concentra la propria attenzione: la violenza contro le donne, che ne mette in gioco la dignità; la disparità nel rivestire ruoli di potere e decisionali, che genera un deficit democratico a sfavore del genere femminile; la necessità di parificare anche di fatto il godimento di congedi parentali a favore dei maschi, consentendo così alle donne di accedere maggiormente al mondo del lavoro; la povertà femminile (“la povertà in Europa ha troppo spesso il volto di una donna“, si legge nel considerando O), che è causa di esclusione sociale; soprattutto, il perdurare dei tradizionali ruoli e stereotipi di genere, che “influenzano ancora profondamente la ripartizione dei compiti in famiglia, nell’istruzione, nella carriera professionale, nel lavoro e nella società in generale” (cons. R).

Non un documento sui diritti LGBT, dunque, ma un manifesto dal respiro più ampio. Certamente, il primo manifesto di questo tipo, capace di prestare attenzione specifica non solo alle problematiche giuridiche connesse all’attuale disparità di genere, ma soprattutto alle origini sociali di tale disparità, e dunque ai comportamenti socio-culturali di natura discriminatoria, sui quali il Parlamento auspica le istituzioni europee e nazionali ad intervenire incisivamente anche a livello educativo (v. i par. 61-66).

Chiaramente, il mancato riconoscimento delle realtà LGBT (famiglie monoparentali e omogenitoriali, tanto per intenderci) rafforzano gli stereotipi di genere, che il Parlamento ha deciso di combattere. Chi non concepisce la possibilità di una famiglia con due madri o due padri, infatti, non fa altro che rifiutare di vedere come la complementarietà dei ruoli di genere non sia affatto un requisito necessario per costituire un ambiente familiare solido e sano. Non è solo una questione sociologica, ma una semplice lettura della realtà: queste famiglie non vanno immaginate, perché già esistono. La loro esclusione dal riconoscimento dei diritti, come avviene attualmente in Italia, getta un’ombra sulla consistenza democratica e la reale capacità inclusiva di un determinato Paese. Il Parlamento Europeo non fa altro che prendere atto di tutto questo. Ma, ripeto, lo fa con riguardo al tema più ampio della disparità di genere.

Che cosa succederà ora? Si sbricioleranno le montagne? Il Po inonderà la Pianura Padana? L’Etna e il Vesuvio erutteranno in drammatica contemporanea? No. Semplicemente, si rifletterà a livello istituzionale sul da farsi. La via è tracciata, l’ennesimo muro è caduto. L’Europa si dimostra, come lo è già da tempo, molto più aperta e attenta dei Parlamenti nazionali, che invece latitano.

A tal proposito, il Sen. Giuseppe Marinello, in quota NCD e presidente della Commissione ambiente, ha così reagito alla notizia della risoluzione: “L’Italia se ne frega altamente.” Vette altissime, come al solito. Il 55% delle donne europee ha subito nella sua vita una o più forme di molestie sessuali? Il 33% delle donne europee subisce violenze fisiche o sessuali sin da 15 anni? Chissenefrega. Il Parlamento Europeo riporta l’ovvia considerazione che “Una vita priva di violenze è una condizione essenziale per la piena partecipazione alla società” (considerando J). E chissenefrega.

Ieri la Camera ha sollecitato il governo, con riferimento alla trascrizione delle nozze tra persone dello stesso sesso contratte all’estero, “ad adottare le misure necessarie per garantire un eguale trattamento delle medesime situazioni su tutto il territorio nazionale“. Un impegno di una genericità e astrattezza tali da far impallidire di fronte alla chiarezza d’intenti del Parlamento Europeo e del sonoro “chissenefrega” lanciato da un altro partito di governo ieri.